
A volte serve immaginazione per scrivere una storia, non basta aggrapparsi solo alla storia della propria storia: che così è, deve essere e sarà. A volte bisogna uscire dai propri schemi, dalle concezioni che, per anni, hanno soffocato le nostre menti in spazi ristrettissimi. Bisogna aprirsi al confronto, a nuove idee per un mondo che sia più equo, più giusto, più uniforme; all’avanguardia, ma non solo per chi ha fatto sì che la propria storia prevalesse su quella degli altri, bensì per tutti. Poche parole chiavi per racchiudere il significato della vita del domani: “The laboratory of the future”, il titolo ed il tema della 18esima edizione della Biennale di Architettura di Venezia. Anatole France scriveva: «Tutti i cambiamenti, anche quelli più desiderati, hanno la loro malinconia, perché ciò che ci lasciamo dietro è una parte di noi. Dobbiamo morire in una vita, prima di poter entrare in un’altra». Ed è con la proiezione di questa frase che si apre la Mostra, dando una precisa chiave di lettura: riuscire ad abbattere gli schemi di un passato, per costruire un futuro migliore.
«Al cuore di ogni progetto c’è lo strumento principe e decisivo: l’immaginazione. È impossibile costruire un mondo migliore se prima non lo si immagina. Per la prima volta, i riflettori sono puntati sull’Africa e sulla sua diaspora, su quella cultura fluida e intrecciata di persone di origine africana che oggi abbraccia il mondo. Che cosa vogliamo dire? In che modo ciò che diremo cambierà qualcosa? E, aspetto forse più importante di tutti, quello che diremo noi come influenzerà e coinvolgerà ciò che dicono gli “altri”, rendendo la Mostra non tanto una storia unica, ma un insieme di racconti in grado di riflettere l’affascinante, splendido caleidoscopio di idee, contesti, aspirazioni e significati che ogni voce esprime in risposta ai problemi del proprio tempo?»: queste le parole della curatrice della Mostra, prima donna afroamericana ad avere questo incarico, l’Architetta ghanese Lesley Lokko. Aperta al pubblico dal 20 maggio al 26 novembre 2023, ha raggiunto quest’anno la quota di 89 partecipanti, di cui oltre la metà proveniente dall’Africa, o dalla diaspora africana, e con un’età minima di 24 anni. «Spesso si definisce la cultura – continua la curatrice – come il complesso delle storie che raccontiamo a noi stessi, su noi stessi. Sebbene sia vero, ciò che sfugge a questa affermazione è la consapevolezza di chi rappresenti il “noi” in questione. Nell’architettura in particolare, la voce dominante è stata storicamente una voce singolare ed esclusiva, la cui portata e il cui potere hanno ignorato vaste fasce di umanità – dal punto di vista finanziario, creativo e concettuale – come se si ascoltasse e si parlasse in un’unica lingua. La “storia” dell’architettura è quindi incompleta. Non sbagliata, ma incompleta. Ecco perché le mostre sono importanti». Una mostra, dunque, che unisce linguaggi, provando a dare una visione completa di quello che è il mondo dell’Architettura; soprattutto quello che c’è sempre stato, anche se nascosto.
Un punto di riflessione che si apre a tantissimi altri spunti, provando a dare soluzioni tangibili ai grandi enigmi del futuro: in che modo siamo sulla terra? Qual è il nostro rapporto con il costruito e con la natura? Come abbiamo agito fino ad ora? Ma, soprattutto, come possiamo mettere in atto, concretamente, il cambiamento? Nella costante corsa contro il tempo e contro quelli che sono gli imminenti disastri climatici e ambientali, i temi che sempre ricorrono sono quelli della decolonializzazione e decarbonizzazione: per progettare un futuro più sostenibile, che possa unire le culture, senza prevaricazioni di una sull’altra. Un messaggio, un inno, dal forte impatto visivo e, allo stesso tempo, emotivo, questo è ciò che la 18esima edizione della Biennale di Architettura lascia dentro il cuore dei visitatori. Ed è proprio dalla sensibilizzazione degli animi umani, rispetto a temi così importanti, che parte il vero cambiamento.
di Luisa Del Prete e Luisa Petrellese
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