
L’emigrazione dal Sud e dalla Campania è una delle costanti più significative della mobilità in Italia. Quanto spesso l’emigrazione è una scelta libera e quanto spesso, invece, forzata? Abbiamo raccolto testimonianze, racconti e sensazioni di chi ha fatto la scelta di spostarsi dalla Campania verso altre città italiane o estere.
MATTIA DE MAIO –24 anni– ROMA
«Una volta fuori ho iniziato a rendermi conto anche dei cambiamenti di Napoli, tra turistificazione e trasformazioni urbane, che hanno fatto perdere alcuni aspetti che invece avevo trovato a Pisa e che ora a Roma faccio di nuovo fatica a trovare. Questo confronto mi ha fatto riflettere molto sul rapporto con la mia città. Sono partito con un’idea precisa: acquisire competenze e poi riportarle a Napoli. Ho voglia di succhiare tutto quello che posso dal mondo esterno per poi restituirlo a Napoli»
ALESSIA DI COSTANZO –28 anni– VARSAVIA (Polonia)
«Durante il Covid ho ricevuto un’offerta per Cracovia: doveva essere temporanea, ma il contesto lavorativo polacco mi ha sorpresa per quanto valorizza le persone e investe nella crescita. In pochi anni ho ottenuto promozioni e costruito stabilità. Vivo in Polonia da quasi cinque anni, oggi a Varsavia, e valuto se restare o spostarmi ancora in Europa, non per insoddisfazione, ma per scelte personali. Qui si vive bene, nonostante il clima. Non penso di tornare: è il risultato di impegno e determinazione.»
BEATRICE LANZILLO –21 anni– TORINO
«Cercavo qualcosa che mi potesse specializzare davvero e non volevo seguire un’università troppo grande, con molte persone e un approccio dispersivo e alienante. Finita l’università sono rimasta a Torino perché qui ho molte più possibilità lavorative. Di Napoli mi manca quasi tutto: la città dal punto di vista geografico e architettonico, ma soprattutto il senso profondo di appartenenza. Ci sono persone che percepiscono in modo diverso l’ancestralità e il richiamo delle radici, io lo sento molto».
MARTINA ANDREOZZI – 29 anni – CECINA
«Al Sud il mondo della scuola è bloccato, perciò sono partita. A 24 anni mi sono ritrovata da sola, lontana dai miei punti di riferimento. Non è stato facile, soprattutto all’inizio, ma ho imparato a gestirla. Al netto delle difficoltà, sono andata oltre le mie aspettative. Ma mi sono sentita costretta a partire e questa sensazione mi è rimasta nel tempo. Oggi mi sento a metà: realizzata professionalmente, ma non del tutto affettivamente. Vivo questa esperienza come un mezzo che poi mi porterà a ritornare.»
SIMONA FATTORE – 25 anni – MILANO
«Mi sono trasferita a 19 anni perché, dopo un anno di intercultura in Cile, Aversa mi stava stretta. La vita da fuorisede non è semplice, tra sacrifici emotivi ed economici. Oggi ho trovato stabilità, ma sento che Milano non mi rappresenta del tutto: è una corsa continua e spesso ti fa sentire indietro. A Milano ho trovato persone bellissime, ma sento che manca una comprensione totale, quella che viene anche dal condividere le stesse radici. Escludevo l’idea di tornare, oggi la considero.»
CLAUDIA DELL’AQUILA – 24 anni – TRENTO
«Non sono partita per fare un’esperienza lontano o per il desiderio di cambiare aria, ma per trovare i servizi e le opportunità che Napoli mi mancavano. L’impatto è stato difficile. Ho vissuto il trasferimento con un senso di colpa enorme, che non so se provano tutte le persone che vanno via. Se ce ne andiamo tutti si creano poi delle disparità sociali ancora più grandi. Se chi ha la possibilità se ne va, come cambiamo questa situazione? Come facciamo a fare in modo che non ce ne si debba più andare?»
GIUSY RUSSO – 27 anni – LISBONA (Portogallo)
«Le ragioni della mia partenza sono legate alla necessità di conoscere, anche per il mio lavoro di dottoranda. Andare via ha comportato un costo emotivo, ma non lo vivo come un sacrificio: è parte naturale del percorso. Ho trovato nuovi stimoli, anche se, inevitabilmente, ci si sente un po’ più soli. In futuro vorrei vivere all’estero, ma con più stabilità. Del sud mi mancano i legami. Nostalgia e insicurezza sono sicuramente presenti ma, se gestiti, consentono il percorso di crescita a cui ambisco.»
GIULIO DI RIENZO – 36 anni – TAKAYAMA (Giappone)
«Sono andato in Giappone per praticare la lingua, poi sono tornato come studente e infine ho cercato lavoro. Senza accorgermene sono passati più di otto anni: oggi ho una famiglia, un figlio e lavoro nella promozione del territorio per la città in cui vivo. Mi sento un ponte tra Italia e Giappone. Qui sto bene, se c’è però una cosa che i giapponesi non sanno fare è relazionarsi serenamente con il prossimo, cosa che a noi napoletani riesce benissimo, e poi, inutile girarci intorno, la pizza mi manca»
Di Marianna Donadio e Carmen Diana
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