
“La solitudine dei numeri primi”, “Braccialetti Rossi”, “I Medici”: sul piccolo e sul grande schermo, Aurora Ruffino l’abbiamo vista spesso. Attrice affermata, classe 1989, che a 20 anni si trasferisce a Roma e lì affronta, per la prima volta, la solitudine. Cresciuta in un paesino vicino Torino, assieme ai nonni perché orfana, ha dovuto affrontare un grande dolore, la perdita della madre, e lo ha scritto in un libro: “Volevo salvare i colori” è il primo romanzo di Aurora. Per quanto ci siano molti elementi tratti dalla sua vita, non è un’autobiografia e non è la storia della sua famiglia.
«La prima pagina -ricorda l’attrice- la scrissi nel 2015, di getto. La immaginavo come un monologo. Negli anni, piano piano è cresciuto e si è trasformato in una storia. Ogni giorno aggiungevo un pezzo, l’idea di questa ragazza con tale dolore non mi lasciava. Una volta concluso, non l’ho pubblicato subito: c’è voluto del tempo per trovare la casa editrice. C’è stato un momento in cui ho dubitato della qualità del romanzo e di me stessa: due persone, Filippo e Marco, che sono nei ringraziamenti, sono stati l’incoraggiamento di cui avevo bisogno, perché sono riusciti a ridarmi l’energia che mi mancava».
Vanessa, la protagonista, decide di intraprendere un viaggio per ricongiungersi alla madre, morta al momento del parto. Il tragitto è uguale a quello di una farfalla, la Vanessa del Cardo. Aurora racconta che, in realtà, aveva già assegnato il nome e scritto di come alla protagonista piacerebbe rinascere una farfalla; solo in seguito ha scoperto questa coincidenza e ha poi deciso si informarsi su questa specie così particolare.
«Si, io ero l’unica, nel paesino in cui sono cresciuta, a non avere i genitori e quindi ero diversa. Ero anche l’unica che andava dalla psicologa. A differenza di quanto spiega la protagonista nel libro, ho avuto delle brave terapiste. Gli anni delle medie sono stati anni in cui venivo presa molto di mira. I ragazzi infieriscono su ciò che ti fa reagire, non perché siano cattivi, ma perché quello è il loro modo, sbagliato, di crescere. Cercano di nascondere insicurezze, paure, vogliono prevaricare sull’altro. Questo lo capisci quando sei dall’altra parte. La sofferenza aiuta a renderti conto di chi hai di fronte e vedi delle cose che gli altri non vedono. Sai che quell’essere aggressivo e spavaldo è semplicemente una maschera».
«Sì, come anche la recitazione. In modo diverso, perché recitare mi ha aiutato a tirare fuori l’emotività che io avevo represso da ragazzina, mentre la scrittura mi serve per liberarmi, per vivere. È il mio modo di comunicare con me stessa. La salvezza però è stata la scoperta dell’amore di sé. Amarsi significa imparare a essere autentici con sé stessi. Capire come si stia, cosa si voglia dalla vita. Anche essere autentici con gli altri: io sono tre anni che non dico più bugie, neanche quelle bianche. Una volta che raggiungi quel livello di autenticità, è una liberazione che non ha eguali».
“Volevo salvare i colori” è un libro scorrevole, si lascia leggere. Le tante descrizioni non appesantiscono e permettono di visualizzare dei posti magnifici, talmente belli da sembrare immaginari. Ma il punto è proprio questo: sono reali. Mi ha spinto a documentarmi su di essi e adesso ho voglia di vedere questa bellezza. Il viaggio è complesso, così come la mente di Vanessa e così come lo siamo tutti. Aurora è riuscita a trasmettere questa complessità senza mai essere noiosa. La crescita a cui assistiamo nel racconto, assieme alla spontaneità con cui affronta temi delicati come la morte, aiuteranno sicuramente ai lettori che, tutti i giorni, lottano con i propri dolori. Aurora ha già iniziato a pensare al prossimo libro; intanto, noi ci godiamo questo.
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