
Mahmoud Ajjour ha solo nove anni, ma il suo sguardo racconta molto più di quanto le parole possano esprimere. La fotografia che lo ritrae seduto davanti a una finestra, senza braccia e con lo sguardo perso nel vuoto, ha vinto il World Press Photo of the Year 2025, il più importante riconoscimento nel campo del fotogiornalismo. È uno scatto doloroso e potente, firmato dalla fotografa palestinese Samar Abu Elouf, che per anni ha documentato la vita sotto assedio nella Striscia di Gaza.
La foto è molto più di un ritratto: è una ferita aperta nella coscienza collettiva. Mahmoud è stato colpito durante un bombardamento israeliano nel marzo 2024, mentre stava fuggendo con la sua famiglia. Si era voltato un istante per incitarli a correre più in fretta. In quel momento, un’esplosione lo ha raggiunto: ha perso un braccio sul colpo, l’altro è stato gravemente ferito e poi amputato. Dopo un viaggio difficile, lui e la sua famiglia sono riusciti a fuggire a Doha, in Qatar, dove ha ricevuto cure mediche. È lì che ha incontrato Abu Elouf, trasferitasi nello stesso complesso abitativo dopo aver lasciato Gaza a dicembre 2023.
Abu Elouf non è nuova a fotografie che scuotono le coscienze. Dal 2021 lavora come fotogiornalista per il New York Times, raccontando quotidianamente il prezzo umano della guerra. La sua decisione di documentare le storie dei palestinesi sopravvissuti e feriti, come Mahmoud, nasce dalla consapevolezza che dietro ogni numero ci sono volti, nomi, famiglie spezzate.
In Mahmoud ha trovato non solo una storia da raccontare, ma una ferita aperta che parla per un intero popolo. La foto è stata scattata in Qatar, lontano dal rumore delle bombe, ma non dalla sofferenza. L’immagine è costruita con delicatezza: il bambino indossa una canottiera bianca, la luce disegna ombre leggere sul volto. Un momento sospeso, ma intriso di dolore.
Lucy Conticello, presidente della giuria del World Press Photo e direttrice della fotografia per M, il magazine di Le Monde, ha commentato: “La sua giovane età e i lineamenti delicati contrastano profondamente con l’espressione malinconica. Poi, in un momento di shock, ci si accorge che non ha le braccia. Questa immagine riesce in ciò che il grande fotogiornalismo sa fare: offrire un punto d’accesso stratificato a una storia complessa.“
Secondo il Ministero della Salute di Hamas, dal 18 marzo 2025, sono almeno 1.864 i palestinesi uccisi. Dall’inizio dell’offensiva israeliana, avviata nell’ottobre 2023, il bilancio ha superato i 51.000 morti, tra cui migliaia di bambini. Ospedali bombardati, famiglie sterminate, interi quartieri rasi al suolo. Una crisi umanitaria senza precedenti, con una popolazione stremata, assediata, priva di acqua, elettricità e assistenza medica.
In queste settimane, Israele ha colpito più volte il sud della Striscia, in particolare l’area di Rafah, dove centinaia di migliaia di sfollati si erano rifugiati dopo gli attacchi nel nord. Anche strutture sanitarie sono state oggetto di bombardamenti, come l’ospedale indonesiano nel nord di Gaza, già al collasso. Le Nazioni Unite continuano a lanciare appelli per un cessate il fuoco umanitario, ma gli sforzi diplomatici sembrano sempre più inefficaci.
In questo contesto, la fotografia diventa strumento di resistenza, memoria e denuncia. Quella di Samar Abu Elouf non è solo una foto vincitrice: è una prova. Un atto di testimonianza in un mondo che tende a normalizzare la violenza, specialmente quando avviene lontano dagli occhi occidentali. L’immagine di Mahmoud è già diventata virale sui social, accolta con commozione, rabbia, ma anche con quel senso di impotenza che spesso accompagna il racconto delle guerre lontane. Tuttavia, resta una domanda che nessuna immagine può contenere del tutto: perché, di fronte a queste atrocità, il mondo resta così silenzioso?
Siamo pronti a commuoverci per una tragedia se viene raccontata con parole e immagini capaci di toccarci nel profondo, ma non sempre con la stessa intensità per ogni vittima. La morte di un genitore, di un artista, di una figura pubblica occidentale suscita immediata empatia. Ma la distruzione sistematica di una generazione di bambini palestinesi sembra non scuotere le coscienze allo stesso modo.
Perché Mahmoud Ajjour deve diventare un simbolo affinché ci accorgiamo della guerra? Quanti altri bambini devono perdere arti, case, genitori, perché l’indignazione diventi azione? Quella che chiamiamo “normalizzazione del conflitto” è, in fondo, un’abdicazione collettiva alla responsabilità di guardare e reagire.
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