
Ancora mette i brividi. Cinquecento metri dalla palestra alla casa: in quel brevissimo tratto, il 26 novembre 2010 sera, a Brembate di Sopra, scompare la ginnasta tredicenne Yara Gambirasio. Un percorso apparentemente tranquillo come l’abitudine del ritorno a casa, ma poi d’improvviso il buio, l’assenza, il dubbio. Il corpo di Yara, martoriato, è stato poi rinvenuto tre mesi dopo in un campo, lontano poco più di 11 chilometri dal centro sportivo, per caso, da un aeromodellista. Da quel momento, l’inizio. I reperti di Yara non erano molti, solo gli indumenti indossati dalla tredicenne, in particolare c’erano gli slip che si presentavano in un punto tagliati e non strappati. Si arriva così ad una traccia di DNA: un profilo genetico, passato alle cronache con il nome di “ignoto 1”. Arriva così la docuserie su Netflix: “Il Caso Yara: Oltre Ogni Ragionevole Dubbio” di Gianluca Neri, scritta da Carlo G. Gabardini, Gianluca Neri ed Elena Grillone, e prodotta da Quarantadue. Cinque puntate distribuite in 192 paesi dove si evincono diverse analisi del caso.
Una ricostruzione che pone degli interrogativi ai quali è difficile riuscire a dare una risposta. Attraverso testimonianze, ricostruzioni, interviste esclusive (compresa quella allo stesso Massimo Bossetti e alla moglie Marita) e materiali inediti, si esplorano i dettagli legati al caso, le accuse di depistaggio e i sospetti sui metodi investigativi. Ampio spazio, forse troppo, a Bossetti, imputato e condannato in via definitiva e arrestato il 16 giugno del 2014, ormai dieci anni fa. Il dubbio nasce nel lontano 2012. Nel settembre 2012 nasce ufficialmente la “pista di Gorno“: viene estratto da una marca da bollo su una vecchia patente il dna di Giuseppe Guerinoni, di Gorno, sposato e padre di due figli, morto nel 1999.
Un profilo genetico simile a quello trovato sul corpo di Yara. Le comparazioni con il suo nucleo familiare non portano ad alcun risultato: da qui l’ipotesi che esista un suo figlio illegittimo. Non ha mai confessato nulla, si è sempre opposto a ogni ricostruzione o tipo di accusa.
La serie Yara racconta bene due storie incredibili dell’indagine su Massimo Bossetti. Eppure sono episodi che, a guardarli, tolgono il respiro. Ancora oggi molti italiani sono convinti che nel suo computer siano state trovate prove di visite a siti pedopornografici. C’è un poi, un video che mostra un furgone bianco, presentato come quello di Bossetti, ripreso da telecamere di strada mentre passava più volte intorno alla palestra frequentata da Yara. L’omicidio di Yara rappresenta una delle inchieste più grandi su un delitto basate quasi esclusivamente sulla biologia forense. Nell’ultimo episodio della serie si ribalta di nuovo la sentenza morale e appare evidente che per ogni telespettatore Bossetti appare innocente. Tutto questo perché la vicenda del figlio illegittimo che ha caratterizzato la ricerca del Dna, viene presentata quasi come un elemento doloroso per l’arrestato. Quando poi è uno dei passaggi emblematici per arrivare alla sua identificazione, non per colpa degli inquirenti. Nella serie ci sono audio e video originali che permettono di immergersi in toto nel caso.
C’è anche la questione del volto di Bossetti che viene ritratto spesso con le lacrime agli occhi. Video inediti del suo matrimonio, della famiglia (un po’ Mulino Bianco) in spiaggia. Ma la conclusione della vicenda resta questa, anche se nella serie non viene raccontata così. Sembra un po’ “la caccia al profilo genetico“. Ma facciamo chiarezza. Ignoto 1: lui è il figlio che l’autista ha avuto fuori dal suo matrimonio. Ignoto 1, attraverso alcune analisi, si scopre essere Massimo Bossetti, confermando anche grazie ai test privati. Anche se la serie sembra voler indirizzare verso un’altra direzione, non bisogna dimenticare l’aggancio delle celle telefoniche della zona, la polvere di calce sul corpo di Yara e i passaggi del furgone di Bossetti. Non sono prove ma aspetti compatibili alla vicenda. Forse troppo.
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