
La storia che state per leggere non racconta una singola persona, bensì l’avventura di un’azienda che si è trasformata in eccellenza del Casertano. Nel 1986 YMA era un laboratorio piccolo, nato con l’allora “legge dei giovani”, e produceva yogurt in 4.200 metri quadri. Oggi lo stabilimento è arrivato a 18.000 metri quadri, produce Latte Fresco, Latte Esl, Latte Uht, Panna e Yogurt con uno sguardo anche all’export. Non è una favola da brochure: si tratta di una crescita misurabile, costruita pezzo dopo pezzo in un territorio dove, se lavori nel lattiero-caseario, hai il dovere di garantire la massima qualità. A tenere insieme questo salto dimensionale e industriale c’è anche il profilo di Adolfo Bottazzo, manager che arriva alla guida dell’azienda con un percorso da “economista operativo”: laurea in Economia, Master e consulenza direzionale a Roma, esperienza sul controllo di gestione nella pubblica amministrazione, poi il rientro in Campania e l’ingresso nel gruppo IMA della famiglia Pinto. Prima logistica, poi produzione, fino al ruolo di direttore operativo. Nel mezzo, formazione executive (Bocconi, CUOA) e una scelta chiara: portare metodo e disciplina in azienda, senza perdere il legame con la terra che circonda lo stabilimento. Con lui abbiamo fatto una chiacchierata per scoprire le trasformazioni del settore, le nuove strategie aziendali e le sfide da portare avanti sul territorio.

«Siamo in un momento delicato e c’è da affrontare una sfida non semplice. La società contemporanea è cambiata profondamente nel corso degli ultimi anni, soprattutto dopo il periodo Covid. Il latte e lo yogurt sono diventati prodotti che prima erano fondamentali per la colazione o per il break, soprattutto in riferimento ai bambini. Dopo il Covid, i paradigmi e le variabili sono un po’ cambiati. Il latte non è più considerato il bene primario per la colazione del consumatore. Ci sono tanti succedanei, anzitutto, e poi abbiamo dovuto imparare a confrontarci con un elemento sempre più preponderante: la colazione fuori casa. Per noi significa cambiare completamente strategia e tutte queste variabili pongono l’azienda in un approccio al mercato diverso rispetto a quello degli anni 90 e degli anni 2000».
«Nel momento in cui ti devi interfacciare con l’industria dolciaria, con l’hotellerie, con la ristorazione bisogna garantire una qualità che sia reale e documentata e questo negli ultimi tre anni ha comportato importanti investimenti. Alla tradizionale certificazione di qualità ISO9001 si affianca una certificazione di qualità IFS Food, BRC Food. Inoltre, siccome i nostri prodotti vengono utilizzati da aziende dolciarie a carattere multinazionale, abbiamo dovuto attivare le leve per avere una certificazione HALAL (per produzioni destinate a mercati di religione musulmana), una certificazione Kosher (per produzioni destinate a mercati di religione ebraica). Inoltre, essendo fornitori di pasticcerie storiche, bisogna essere in grado di mantenere quel tipo di cliente tradizionale, cercando di soddisfare anche le nuove tipologie di clienti presenti sul mercato. Pertanto, la sfida è davvero molto importante».
«La flessibilità, cioè la capacità di stravolgere il nostro programma produttivo affinché il cliente venga accontentato. Negli ultimi anni abbiamo compiuto uno sforzo importante anche sull’ambiente, tant’è che noi abbiamo ottenuto una certificazione ambientale in seguito ad un investimento importante sui pannelli fotovoltaici. La certificazione in questione è scaturita grazie a tre elementi: il primo è l’investimento nel fotovoltaico che copre tutto il tetto dell’azienda; il secondo è l’utilizzo di imballaggi riciclati e il terzo è una gestione virtuosa dei rifiuti. Aver conseguito questa certificazione è per noi un grande vanto e operare in questi termini nella provincia di Caserta ci rende orgogliosi».
«Se questa azienda per magia operasse nella food valley di Parma, probabilmente il fatturato e le marginalità triplicherebbero perché non avrei da sostenere tanti costi per la gestione di tutto ciò che manca intorno a noi. Quindi è ovvio che noi chiediamo all’interlocutore burocratico di rendersi conto che ci sono delle aziende che meritano rispetto e che hanno diritto ad una buona viabilità, a condutture fognarie, illuminazione notturna, vigilanza comune. Parliamo di tutto ciò che dovrebbe essere fatto tradizionalmente nelle aree industriali e che purtroppo per noi oggi è ancora una chimera: questo è ciò che purtroppo penalizza il territorio. Al contempo, però, dico che il consumatore questa cosa la percepisce ed è pronto ad aiutarti e a starci vicino. La vicinanza che ti trasmettono le persone è un valore insostituibile del territorio».
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