
«Rispetteremo la libertà di stampa, perché i media saranno utili alla società e potranno aiutare a correggere gli errori dei leader. Dichiariamo al mondo che riconosciamo l’importanza del ruolo dei media. I giornalisti che lavorano per i media statali o privati non sono criminali e non opprimeremo nessuno di loro» aveva garantito il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid, aggiungendo che sarebbe stato permesso anche alle giornaliste di continuare a lavorare, a patto che indossassero un hijab.
Eppure, il quadro che viene fuori da un’indagine di Reporters sans frontières è completamente differente da quello che si sperava.
Secondo il più recente sondaggio di RSF in collaborazione con il CPAWJ (Center fot the Protection of Afghan Women Journalists) – che analizzava la situazione nel 2020 – la capitale aveva 108 media, con un totale di 4940 dipendenti. Tra questi 1080 erano di sesso femminile e 700 di esse erano giornaliste.
Delle 510 donne che lavoravano per i maggiori media e gruppi di stampa del paese nella capitale, solo 76 (di cui 39 giornaliste) lavorano ancora.
Se nella capitale la situazione è così drammatica, non rincuora sicuramente quella delle province. La quasi totalità delle giornaliste è stata costretta a smettere di lavorare e quasi tutti i media privati hanno cessato di operare. Solo una manciata di queste giornaliste riesce ancora più o meno a lavorare da casa.
Quarantotto ore dopo che avevano preso il controllo di Kabul, le giornaliste di canali televisivi privati come Tolonews, Ariana News, Kabul News, Shamshad TV e Khurshid TV avevano normalmente ripreso a parlare in diretta e ad uscire per coprire gli eventi, forti proprio delle dichiarazioni del portavoce citate in apertura. Da lì, l’escalation di violenza e sopraffazione.
Nahid Bashardost, giornalista dell’agenzia di stampa Pajhwok, è stata picchiata mentre svolgeva un servizio nei pressi dell’aeroporto di Kabul il 25 agosto. Altre giornaliste in lacrime hanno raccontato come le guardie talebane impedissero loro di uscire dalle redazioni per recarsi sui posti e raccontare gli eventi.
Una giornalista di una stazione radio nella provincia sudorientale di Ghazni, invece, dà notizia di come i talebani hanno visitato la stazione vietando la voce di donna e la musica per le trasmissioni.
A Kabul, poi, un talebano ha addirittura sostituito una conduttrice della Radio Television Afghanistan (RTA), di proprietà dello stato. Sono innumerevoli gli episodi: dalla “semplice” privazione di movimento all’invito a “restare a casa per qualche giorno”, fino alla vera e propria violenza fisica.
Insomma, non solo i talebani hanno disatteso gli impegni del portavoce, ma è in corso una decisa violazione del diritto di fare giornalismo e di ogni diritto della donna. Quello che, purtroppo, si aspettava chiunque il 15 agosto, accendendo la TV o scorrendo le notizie sullo smartphone, apprendeva della presa dei talebani di Kabul.
«Il rispetto dei talebani per il diritto fondamentale delle donne, comprese le giornaliste, di lavorare e esercitare la loro professione è una questione chiave», ha affermato il Segretario Generale di RSF Cristophe Deloire. «Le giornaliste devono poter riprendere a lavorare senza subire vessazioni il prima possibile, perché è loro diritto fondamentale. È essenziale per il loro sostentamento e anche perché la loro assenza dal panorama mediatico avrebbe l’effetto di mettere a tacere tutte le donne afghane. Esortiamo la leadership talebana a fornire garanzie immediate per la libertà e la sicurezza delle giornaliste».
Per dare voce alle giornaliste afghane, alle donne afghane.
Per dar voce ad un popolo in ginocchio.
di Angelo Velardi
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