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Afghanistan, storia di un popolo con mani e coscienza legate

Redazione Informare
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16 agosto 20214 min di lettura

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Afghanistan, storia di un popolo con mani e coscienza legate

Per comprendere ciò che sta accadendo oggi in Afghanistan è necessario riavvolgere il nastro e tornare indietro di cinque decenni. Dal 1979 al 1989 il paese fu invaso dall’armata Sovietica, al fine di contrastare la presenza rossa gli Usa formarono i jihadisti talebani.

Decisione chiaramente strategica in ottica geopolitica, poiché gli americani non dovevano concedere la presa dell’Asia centrale ai sovietici. Il governo talebano col tempo riuscì a prendersi la propria parte di guadagno, tradendo le promesse fatte alla popolazione. Nel frattempo, gli americani persero totalmente il controllo dell’operazione e si trovarono a combattere un nemico che dapprima rappresentava alleanza bellica contro il blocco comunista. Successivamente vennero accolti i pakistani nel paese, nella speranza di un’alleanza musulmana. Le aspettative afghane vennero prontamente tradite.
Dal 2001 al 2021, vent’anni di sangue

Informareonline-kabul
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È utile proporre un’ellissi temporale, passando a tematiche che incidono nettamente sulla cronaca attuale, fino al tragico giorno dell’11 settembre 2001, quando quattro aerei commerciali si scontrarono contro il World Trade Center, nessun dirottatore aveva nazionalità afghana. Settimane dopo ci sarebbero stati attacchi dagli Usa verso i gruppi terroristi in Afghanistan.

In ottobre 2001, grazie al supporto britannico, le milizie americane bombardarono le campagne talebane, uccidendo migliaia di civili, descritti dalle istituzioni come “danni collaterali”.

Nel maggio di dieci anni dopo, esattamente il primo, Osama Bin Laden, leader di Al Qaeda venne ucciso dagli americani, ritenuto responsabile degli attacchi dell’undici settembre.
Nei vent’anni dal 2001 ad oggi gli Stati Uniti hanno speso ben un miliardo di dollari per una “operazione di pace”, perdendo migliaia di soldati, uccidendo una quantità innumerevole di civili afghani, lasciando nel 2020 una situazione pressoché simile a quella trovata Illo tempore.

La data chiave per la contemporaneità dei fatti è quella del 29 febbraio 2020: Usa e Talebani firmano la pace. Tale accordo assicurava esclusivamente il “cessate il fuoco” dei secondi nei confronti dell’America, lasciando abbandonati a sé stessi gli autoctoni. I rapporti fra talebani e popolazione raccontano di condizioni di subordinazione, terrore e tragedia. Siamo nell’ultima fase della presidenza Trump, che, involontariamente o meno, lascia terreno per niente fertile al suo successore Biden.

Nell’aprile di quest’anno, proprio il democratico presidente eletto, ritira le restanti 3500 truppe, convinto dei progressi fatti con i Talebani e di una presunta pace interna nel paese.

Cosa ne sarà delle speranze afghane?

Nell’ultima settimana i Talebani hanno preso il controllo di un terzo delle province Afghane. Tuttavia, il peggio non sembra ancora giunto. Le forze armate americane hanno stilato un’analisi secondo la quale, seguendo l’evoluzione del conflitto, la capitale Kabul potrebbe essere conquistata dai Talebani entro tre mesi.

Per il momento il bollettino è dei peggiori, solo a giugno 109mila persone sono state sfollate all’interno del paese. Una porzione di loro è arrivata a Kabul ed è costretta a vivere in spazi all’aperto. L’80% di tutti gli sfollati sono donne e bambini. Più di mille sono i morti civili afghani dell’ultimo mese, circa 5mila fra decessi e feriti totali, il 32% sono bambini, 27 uccisi e 136 feriti in tre giorni, secondo l’ONU.

Stando a quanto riportato dall’autorevole voce di Francesca Mannocchi, reporter di fama internazionale, che ha un legame intenso con la città di Kabul, l’elemento che sancisce la vera vittoria talebana sta nella presenza “nello spiazzale dell’università di Kabul. È il simbolo dell’istruzione, delle ragazze tornate a studiare, dell’attivismo, della divulgazione del sapere”, che adesso salutano i propri professori, le mura che sapevano di speranza, chissà per quanto tempo dovranno farne a meno. Sempre la reporter scrive di una presa imminente della capitale, di isolamento per gli abitanti, di fughe diplomatiche, di distruzione di documenti simbolo di un fenomeno politico durato vent’anni.

La frenesia degli ultimi momenti, dei saluti mancati, della disperazione generale, è simbolo di un qualcosa di inaspettato, stravolgente, che rischia di incrinare di gran lunga gli equilibri geopolitici mondiali, ma soprattutto reclude un’intera generazione, che potrebbe percepire il collettivismo, l’attivismo e il sapere unicamente come copie sbiadite, immagini illanguidite. È il caso di chiedersi: andrà tutto bene? Inshallah.

di Matteo Giacca

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