
Per comprendere ciò che sta accadendo oggi in Afghanistan è necessario riavvolgere il nastro e tornare indietro di cinque decenni. Dal 1979 al 1989 il paese fu invaso dall’armata Sovietica, al fine di contrastare la presenza rossa gli Usa formarono i jihadisti talebani.

In ottobre 2001, grazie al supporto britannico, le milizie americane bombardarono le campagne talebane, uccidendo migliaia di civili, descritti dalle istituzioni come “danni collaterali”.
Nel maggio di dieci anni dopo, esattamente il primo, Osama Bin Laden, leader di Al Qaeda venne ucciso dagli americani, ritenuto responsabile degli attacchi dell’undici settembre.
Nei vent’anni dal 2001 ad oggi gli Stati Uniti hanno speso ben un miliardo di dollari per una “operazione di pace”, perdendo migliaia di soldati, uccidendo una quantità innumerevole di civili afghani, lasciando nel 2020 una situazione pressoché simile a quella trovata Illo tempore.
Nell’aprile di quest’anno, proprio il democratico presidente eletto, ritira le restanti 3500 truppe, convinto dei progressi fatti con i Talebani e di una presunta pace interna nel paese.
Nell’ultima settimana i Talebani hanno preso il controllo di un terzo delle province Afghane. Tuttavia, il peggio non sembra ancora giunto. Le forze armate americane hanno stilato un’analisi secondo la quale, seguendo l’evoluzione del conflitto, la capitale Kabul potrebbe essere conquistata dai Talebani entro tre mesi.
Per il momento il bollettino è dei peggiori, solo a giugno 109mila persone sono state sfollate all’interno del paese. Una porzione di loro è arrivata a Kabul ed è costretta a vivere in spazi all’aperto. L’80% di tutti gli sfollati sono donne e bambini. Più di mille sono i morti civili afghani dell’ultimo mese, circa 5mila fra decessi e feriti totali, il 32% sono bambini, 27 uccisi e 136 feriti in tre giorni, secondo l’ONU.
La frenesia degli ultimi momenti, dei saluti mancati, della disperazione generale, è simbolo di un qualcosa di inaspettato, stravolgente, che rischia di incrinare di gran lunga gli equilibri geopolitici mondiali, ma soprattutto reclude un’intera generazione, che potrebbe percepire il collettivismo, l’attivismo e il sapere unicamente come copie sbiadite, immagini illanguidite. È il caso di chiedersi: andrà tutto bene? Inshallah.
di Matteo Giacca
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