
A questo proposito il dott. Luigi Montano, UroAndrologo ospedaliero dell’ASL di Salerno, coordinatore del progetto di ricerca EcoFoodFertility, nonché Presidente della Società Italiana di Riproduzione Umana, in un’intervista rilasciata al nostro giornale, ha esposto tutti i pericoli che gli inquinanti possono avere sull’uomo e sulla sua fertilità. Il messaggio lanciato dal dott. Montano è chiaro: bisogna difendere la fertilità delle nuove generazioni messa fortemente a rischio da condizioni di stress ambientale crescente. Il tema del calo della fertilità, in particolare di quella maschile, raramente viene sfiorato dai media, soprattutto in questo periodo segnato dalla pandemia da Covid-19, dove il bombardamento mediatico per il nuovo virus sembra catturare tutte le attenzioni possibili ed immaginabili, col rischio di trascurare argomenti non meno importanti. Eppure ci sono molteplici dati scientifici che attestano la correlazione tra infertilità e inquinamento. Il liquido seminale, in particolare, fungerebbe da vera e propria “spia” dell’intossicazione dell’uomo, da “specchio” della salute umana e da “sentinella” o “indicatore” di sostanze inquinanti presenti nell’essere umano.
La conversazione ha preso spunto da una riflessione in merito agli elementi che avrebbero potuto determinare il calo della capacità riproduttiva, considerando se, oltre a fattori biologici, potessero coesistere variabili culturali e psicologiche legate alla trasformazione della società negli ultimi decenni che da sempre maschilista e sessista ha assunto sempre più connotati ‘ibridati’, dove il ‘maschile’ è stato posto sullo stesso piano del ‘femminile’, e viceversa. La risposta secca di Montano è stata “… se persistesse una variabile di carattere psicologico avrebbe una valenza a livello personale ma non su un’intera popolazione”.
«Una data specifica della presa di coscienza di questo fenomeno di certo non esiste. Tuttavia – come ha illustrato il dottore – è una problematica che attanaglia sia i Paesi occidentali che quelli non sviluppati o in via di sviluppo, per esempio di diversi paesi africani (si consideri il caso della Nigeria e dell’Africa centrale dove si registrano tassi di infertilità molto alti rispetto ad altre nazioni). In questi luoghi remoti africani la presenza di aziende petrolifere, l’inquinamento da rifiuti importati da altri Paesi, lo sfruttamento intensivo delle risorse territoriali, l’uso massiccio di pesticidi, hanno avuto un impatto ambientale molto elevato; ciò ha determinato un aumento dell’infertilità nella popolazione. Anche la Cina che ha conosciuto uno sviluppo senza precedenti, negli ultimi quindici anni ha perso più del 30% della capacità riproduttiva».
«Il liquido seminale è lo specchio più fedele – ha poi chiosato Montano – di quanto l’ambiente e i cattivi stili di vita agiscono sulla salute umana». Per comprendere meglio questo aspetto, Montano è ricorso al paragone delle api. «In natura la presenza delle api in un determinato territorio è indice di una buona qualità dell’aria e dell’ambiente. Più api ci sono in un luogo, più sta a significare che quella zona non è inquinata; meno api ci sono, più è bassa la qualità dell’aria e dell’ambiente. Discorso analogo si può fare a proposito della fertilità. Più è basso il livello di fertilità, più bisogna preoccuparsi dell’ambiente circostante e dei danni alla salute che può comportare nel corso del tempo. Uno studio delle Fiandre ha verificato proprio questa dinamica. Lo studio ha seguito per circa trent’anni una fascia di ragazzi a cui sono stati prelevati campioni da analizzare di liquido seminale. Nel momento in cui le componenti inquinanti di diossina e PCB erano preponderanti, si è verificato – per contro – un netto calo della qualità seminale in particolare della motilità degli spermatozoi. Quando c’è stata la bonifica di questi territori da metalli pesanti, diossine, è avvenuta la reazione inversa; la motilità degli spermatozoi è andata negli anni migliorando in modo significativo. Da questo si comprende che l’ambiente in primis ha un impatto sulla qualità del liquido seminale. Nel sesso maschile, verso i 14-15 anni, con la pubertà, inizia la produzione di spermatozoi; questo processo complesso e continuo è molto sensibile agli stress endogeni ed esogeni. Il liquido seminale è infatti una matrice estremamente sensibile», ha proseguito Montano «e dall’analisi dello sperma si può meglio valutare non solo per esempio la presenza di sostanze tossiche, alcune di queste si bioaccumulano soprattutto nel seme rispetto per esempio al sangue, misurando così meglio lo stato di contaminazione umana, ma anche valutarne direttamente gli effetti sulle cellule spermatiche che hanno caratteristiche peculiari (numero, motilità, morfologia, integrità del DNA spermatico) facilmente misurabili, che indicano appunto il tipo e il peso dell’ inquinamento che esiste in quel determinato contesto territoriale».
Montano è stato il primo al mondo ad aver messo a sistema il “modello seminale” per comprendere quanto sia uno strumento utile per valutare meglio e prima l’impatto l’ambientale sulla salute non solo riproduttiva. «Io sono un ambientalista da tempi immemori e sono sempre stato molto sensibile a queste tematiche. In passato ho fatto con tante associazioni battaglie per la riqualificazione territoriale e contro lo smaltimento illegale di rifiuti tossici ed urbani nelle campagne contro impianti altamente impattanti sull’ambiente come per es. gli inceneritori. Attualmente lavoro a 100 km da Acerra, nell’area dell’Alto Medio Sele, in provincia di Salerno, un’area magnifica dal punto di vista ambientale e paesaggistico, a bassa pressione ambientale, presso l’ospedale di Oliveto Citra. Qui è nata l’idea di avviare uno studio che ha preso a campione i liquidi seminali e il sangue di ragazzi di quest’area e dell’area della Terra dei Fuochi, visto che dall’osservazione seminale nella mia pratica clinica, notavo differenze significative in termini di qualità spermatica. Ecco che ho ideato il progetto di Ricerca EcoFoodFertility, uno studio di biomonitoraggio umano multicentrico che oggi si sta estendendo nelle aree ambientali critiche non solo d’Italia, che sta sempre più confermando come il seme sia una ottima chiave di lettura del rapporto ambiente salute, un biomarker estremamente sensibile allesposizione ambientale. Il primo lavoro effettuato e pubblicato nel 2016 in un confronto fra 222 maschi sani omogenei per età, indici di massa corporea e stili di vita equamente distribuiti fra l’area Nord della Provincia di Napoli e basso Casertano, “Terra dei Fuochi” e l’area dell’Alto Medio Sele, infatti riscontrò differenze statisticamente significative con più metalli pesanti nel sangue e soprattutto nel seme, alterazioni dellequilibrio delle difese antiossidanti e detossificanti nel liquido seminale e non nel sangue, ridotta motilità spermatica, aumentato danno al DNA degli spermatozoi e maggiore allungamento dei telomeri spermatici e non in quelli leucocitari nei residenti della Terra dei fuochi rispetto a quelli provenienti dall’area dellAlto-Medio Sele».
«Ancora – ha proseguito – in uno studio retrospettivo pubblicato a marzo 2018 furono confrontati 327 campioni di liquido seminale di maschi omogenei per età, provenienti da lavoratori dell’ ILVA di Taranto, residenti di Taranto, residenti in Terra dei Fuochi e residenti in due zone a più bassa pressione ambientale, Alto medio Sele nel Salernitano e Palermo. Qui misurando i livelli di PM10, PM2.5, Benzene nelle diverse aree e confrontando tali valori con i diversi parametri seminali dei ragazzi reclutati, il parametro seminale più sensibile ai tassi di inquinamento atmosferico risultò essere il DNA spermatico. Infatti i livelli di frammentazione eseguiti con due tecniche (SCD e Tunel test) erano significativamente maggiori di circa il 30% nei maschi provenienti da Taranto e Terra dei Fuochi rispetto a quelli di Palermo e dell’area salernitana. In seguito sono stati compiuti altri studi come quelli sulle protamine con la prof.ssa di Biologia Molecolare, Marina Piscopo; da quest’ulteriore studio si evince che le proteine si legavano in malo modo rispetto al DNA spermatico. Da questi primi lavori pubblicati l’interesse è stato tale che poi fu finanziato dal Ministero della Salute all’ASL di Salerno con coordinatore proprio Montano, il progetto FAST (Fertilità Ambiente, Alimentazione, Stili di Vita) dove sono stati campionati ragazzi di Brescia, della Valle del Sacco nel Frusinate e della Terra dei Fuochi».
«Da questo studio appena pubblicato su una delle riviste più importanti al mondo di Urologia, è emersa una bassa qualità seminale complessiva nei giovani di queste aree, inoltre fra i gruppi di ragazzi nelle tre aree vi sono differenze importanti della qualità seminale, nello stesso tempo però il trial clinico randomizzato (intervento nutrizionale con un braccio di intervento ed uno di controllo) ha mostrato un positivo effetto sulla qualità seminale e sullo stato di stress ossidativo della dieta mediterranea con diversi prodotti biologici che i ragazzi del gruppo di intervento ha seguito per 4 mesi, a differenza del gruppo che invece non ha seguito l’intervento nutrizionale. Inoltre altri dati di tipo tossicologico in fase di sottomissione hanno dimostrato differenze importanti in termini di contaminazione per PCB, PCB dioxin-like e metalli pesanti, riflettendo sostanzialmente la condizione ambientale dei luoghi di residenza. Questi lavori, confermano ulteriormente come il liquido seminale sia un indicatore sensibile e precoce di Salute Ambientale e dunque un potente strumento di valutazione di impatto ambientale per la misura del rischio salute che non è solo di tipo riproduttivo, ma generale per le attuali e anche per le future generazioni in base alle recenti evidenze sugli effetti transgenerazionali (epigenetica/gametica). Ovviamente, individuare sensibili, precoci e potenzialmente predittivi indicatori di rischio salute potrebbe essere di immediata utilità per i policy makers al fine di orientare interventi di risanamento di aree che hanno criticità ambientali, dunque misure concrete di salvaguardia collettive che investono il territorio e la sua organizzazione sociale e produttiva, monitorando tali interventi attraverso la valutazione dell’indicatore seminale, oltre che programmi innovativi di prevenzione primaria partendo proprio dai biomarcatori riproduttivi. Da questi studi crediamo e suggeriamo che per una maggiore efficacia preventiva nei confronti delle patologie cronico-degenerative, in particolare nelle aree a rischio ambientale, bisognerebbe oltre che rendere più rapidi gli aggiornamenti dei registri tumori, che comunque registrano un dato epidemiologico importante, ma di esito, ossia di fatto avvenuto, identificare i segni precoci di modificazione funzionale o strutturale prima che si manifesti il danno clinico monitorando proprio il seme che può dare informazioni più precoci e potenzialmente predittive di danni futuri anche di salute generale».
Alla osservazione che anche in Danimarca esiste questo problema delle zone inquinanti, Montano ha confermato che «… i danesi sono stati i primi ad individuare il rischio riproduttivo legato all’ambiente». Dalla Danimarca, dunque, sono partite le prime ricerche sulla relazione tra fertilità e inquinamento a cura del prof. Niels Jorgensen.
«Ad ogni modo, considerando questi dati, che noi riteniamo molto preoccupanti in questi giovani, peraltro sani, non fumatori, non esposti professionalmente, non bevitori abituali e con un normale indice di massa corporea, se non ci saranno degli interventi importanti di risanamento ambientale e quindi un cambio del paradigma dello sviluppo che ovviamente vale per tutte le aree del mondo – ha aggiunto Montano – noi andiamo in caduta libera. Peraltro già è noto che nei Paesi occidentali negli ultimi quarant’anni si è verificato un calo vertiginoso della fertilità. Nel 1939 la concentrazione media di spermatozoi era di 113 milioni per ml; oggi è di 47 milioni per ml. Numeri allarmanti quelli enunciati che dovrebbero far ancor più riflettere sulla gravità del fenomeno. E la curva è ancor più in discesa soprattutto nei Paesi ‘sfruttati’ come l’Africa e il Sudamerica».
Per nulla casuale da parte di Montano è stata la citazione dello scienziato svedese Olle Johansson, secondo cui “considerando l’andamento del liquido seminale, se non si interrompe l’inquinamento chimico ed elettromagnetico sempre più pressante, fra cinque generazioni ci sarà l’estinzione della specie”. Un’estinzione analoga già si è verificata in natura e ciò spiega come i danni ambientali ricadano, in particolar modo, sul maschio. Un lavoro del ’94 attesta che i coccodrilli maschi del lago inquinato di Apopka, in Florida, erano di numero scarso; e quei pochi maschi avevano pene e testicoli piccoli e un numero esiguo di spermatozoi. Questo spiegherebbe anche l’estinzione di diversi pesci, per cui gli inquinanti svolgerebbero – secondo Montano – un’azione soprattutto antiandrogena, ovvero che il maschio è quello colpito per primo in questa battaglia ambientale. «Non è possibile che già a diciotto anni ci siano ragazzi che abbiano un liquido seminale di così bassa qualità, ha ancora sottolineato Montano, e l’OMS nel 2017 ha dichiarato l’infertilità maschile “priorità assoluta”. Purtroppo da un punto di vista mediatico non c’è stata l’attenzione sperata e degna su un argomento di portata mondiale, dove è in pericolo la vita di ciascuno. Non c’è consapevolezza da parte degli organismi della salute pubblica. Si parla molto di tumori – che sono la cosiddetta ‘punta dell’iceberg’ – ma poco dei gameti. Difendere i gameti significa proteggere dal peggio e, dunque, da queste malattie cronico-degenerative. Un padre che fa fatica ad avere figli, trasmetterà questa caratteristica anche alle generazioni dopo di lui oltre ad una maggiore suscettibilità a malattie nella progenie. Quindi, proteggere i gameti vuol dire proteggere le generazioni future. Gli andrologi ed i ginecologi dovrebbero essere considerati in quest’ottica i primi tutori della salute pubblica».
In conclusione sì è poi posta l’attenzione sul possibile legame fra Covid-19 e l’infertilità. «La Covid-19 funge da acceleratore per cui coronavirus e inquinamento svolgono un’azione sinergica negativa sulla fertilità. La Covid-19, oltre a danneggiare la fertilità, rappresenta anche un problema mediatico, poiché se già prima della pandemia l’argomento inquinamento e fertilità non erano sotto i riflettori, ancor meno lo è adesso a causa di questa nuova malattia». Per tale ragione, Montano intende avviare un nuovo progetto, insieme alle ricercatrici Gabriella Marfé e Carla Di Stefano, con cui portare avanti questi studi inerenti il rapporto tra Covid-19 e infertilità. Gabriella Marfé è ricercatrice all’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” e Carla Di Stefano è ricercatrice presso la Facoltà di Ematologia all’Università “Tor Vergata” di Roma. Entrambe per il dott. Montano sono le persone più indicate per affrontare questo delicato tema dell’inquinamento. Le due ricercatrici hanno già infatti affrontato ampiamente nel loro ultimo libro il rapporto tra gestione dei rifiuti pericolosi e i danni per la salute. Meticolose riflessioni e studi sono stati sviluppati nel libro, come quelle in merito ai clorofluorocarburi presenti nei rifiuti elettronici come frigoriferi, congelatori e condizionatori; quest’ultimi se non smaltiti bene, rilasciano nella stratosfera queste sostanze nocive che distruggono la fascia di ozono e, a lungo andare, possono portare all’insorgenza dei tumori della pelle.
L’inquinamento rappresenta davvero – per così dire – un male assoluto nei nostri tempi, se non si prendono le dovute precauzioni per combatterlo. A questo riguardo Montano ha marcato ancor più la gravità del fenomeno con la citazione di un romanzo del 1992 intitolato “I figli degli uomini” della scrittrice britannica PD James, da cui è nato l’omonimo film di fantascienza nel 2006. La James immaginava la fine dell’umanità a causa dell’infertilità maschile. Sembrerebbe una citazione azzardata, a tratti anche allarmistica, di sapore apocalittico e fantascientifico ma è la cruda realtà a cui la nostra società sta andando incontro senza che si faccia ricorso a una marcata inversione di tendenza nel ridurre in modo immediato e drastico il tasso di inquinamento sul nostro pianeta, poiché rischi oggi sono più elevati che mai.
di Bruno Marfè e Sara Ramondino
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 214
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