
Intervista a Mimmo Filosa di Unipan Campania: «Puntare sui giovani è l’unica soluzione per ridare vigore al settore».
«Vedi quei rialzo sull’asfalto? Quando il sindaco di Napoli venne qui a fare propaganda e ad ascoltare le nostre richieste ci inciampò e disse ad un suo collaborare di prendere nota per provvedere ad aggiustare. Sono trascorsi tanti anni da quel giorno e quel rialzo è ancora lì a dimostrazione del ‘grande’ interesse che il sindaco ha avuto per la nostra situazione» – è questa la voce di uno dei pochi superstiti lattonieri di Rua Catalana a Napoli e la dice lunga sul momento dell’artigianato partenopeo.
A Rua Catalana fino agli anni ’90 vi erano decine e decine di botteghe di lattonieri, “‘e vattalammere”, artigiani che lavorano i metalli, le lamiere per conferirle forme uniche. Una forma di artigiano che spesso sconfina nell’arte, altre volte se ne mescola senza dar modo di poter capire dove termina l’uno e comincia l’altra.
Questa strada per tanto tempo fu una delle zone più belle di Napoli, ricca di vita e di botteghe, soprattutto ciabattini e cappellai. Nel 1343 la regina Giovanna I d’Angiò per favorire il commercio decise di settorializzare i quartieri della città richiamando in essi commercianti di diverse nazionalità e ai catalani, lattonieri, rigattieri e sugherai, fu assegnata quella zona che divenne Rua Catalana.
Oggi quella vita, quell’umanità, quel fermento di cui si è prima parlato sono meno di un vago ricordo, la magia, che pur resta, è oscurata dalla rabbia, dalla delusione, dallo scoramento, che hanno generato diffidenza, chiusura a riccio e rassegnazione, dei 3-4 impavidi lattonieri che ancora resistono, mettendo da parte la loro magia artistica per far spazio a lavori da fabbro.
Un tempo il suono delle lamiere, delle martellate e dei sospiri musicavano questa parte di Napoli, oggi la colonna sonora è una canzone stonata a cui fa da accompagnamento un’orchestra misera composta da silenzio, bestemmie e serrande che si abbassano.
Per la stessa ragione per cui stanno scomparendo tutti gli artigiani che è poi lo stesso motivo per cui ogni anno tante piccole attività commerciali di quartiere sono costrette a chiudere i battenti: la pressione fiscale sempre più alta; le non-agevolazioni; l’abbandono da parte delle istituzioni e delle amministrazioni, abilissime nei periodi pre-elettorati a sbraitare contro le ingiustizie, a promettere aiuti, ma smemorata dopo i voti ottenuti; il mercato estero con la sua politica del low-cost; per ultimo l’emergenza covid con le sue conseguenze.
Se da un lato l’attuale amministrazione cittadina ha creato i presupposti per un aumento del flusso turistico (o è ciò che di cui per anni si è vantata), dall’altro occorre capire che si tratta di turismo usa&getta, che non lascia ricchezze e valori aggiunti alla città ma solo monnezza, cartacce, contenitori di pizze e involucri per i cuoppi di frittura, che non si è stati, e non si è, in grado assolutamente di smaltire.
Monnezza a parte, questo tipo di turismo, fomentato dalla politica dell’amministrazione comunale, ha modificato radicalmente il retaggio culturale e lo spirito identitario di alcune zone, come ad esempio quella dei Quartieri Spagnoli, dove un tempo vi erano “paranze” di botteghe artigianali, mentre oggi si vedono soltanto “mazzamme” di trattorie, spritzerie e B&B, per fare un’analogia gastronomica (sembra che oggi conti soltanto questo aspetto).
Ovviamente non c’è nulla di male nelle trattorie, nelle drinkerie e negli alloggi per turisti, sono tutte attività che fanno girare l’economia di un quartiere, ma se non c’è controllo e vengono concesse licenze senza alcuna contingenza, se ci sono più trattorie che affamati, più B&B che turisti, si crea un sistema disordinato, disorganizzato ed irregolare in cui resistono solo quelle economie derivanti o che affluiscono in attività illecite. Alla lunga solo i B&B abusivi, i cui proventi, magari vanno a rimpolpare le casse di qualche strozzino, o le trattorie usate come “lavatrici” dai trafficanti di droga, possono sopravvivere e dettare legge in una folle e caotica concorrenza commerciale.
Il tutto porta, infine, all’aumento dei costi, che arriva alle stelle, dei fitti dei bassi e dei locali commerciali cosi che sempre più residenti, commercianti, bottegai e artigiani sono costretti a sloggiare a favore del turismo ‘demagistriano’.
Per ben 67 anni Don Ciro ha riparato scarpe e suole per tantissimi quartierani che ancora affettuosamente ricordano lui e le sue mani d’oro. Un paio di anni fa Don Ciro ha deciso di cedere l’attività e godersi un meritato riposo ma la sua attività non è andata perduta né è stata dimenticata, infatti Gennaro, Genny, ha deciso di rilevare l’attività per continuare quella nobile ed onorevole professione, simbolo di Napoli e dei Quartieri. Inoltre, in zona Parrocchiella, un gruppo di ragazzi ha deciso, nonostante le difficoltà dei nostri tempi, di continuare l’attività storica di famiglia realizzando scarpe artigianali. Loro hanno deciso di combattere pregiudizi, povertà e degrado sociale lavorando, lavorando bene. Questi sono tra i pochi superstiti dei Quartieri Spagnoli.
Una soluzione per smuovere il mercato dell’artigianato è stata trovata creando i percorsi turistici nel centro storico, di base una buona idea che però ha dovuto scontrarsi con l’emergenza covid e le conseguenti restrizioni sulle attività commerciali e gli assembramenti. Questo tipo di soluzione, però, va ad escludere tutte quelle attività al di fuori del circuito dell’arte presepiale di San Gregorio Armeno, dove si concentra la quasi totalità del flusso turistico indirizzato all’artigianato.
Non tutte le botteghe si trovano nel cuore della città, nei percorsi turistici, non tutti necessitano di visite dei turisti. Molti hanno bisogno soltanto di portare il pane a tavola, quel ‘pane’ anch’esso in crisi. «Pur essendo un prodotto di prima necessità di cui, quindi, la produzione non si è mai fermata, abbiamo dovuto lavorare, per l’emergenza sanitaria, in condizioni non facili, alle quali non eravamo abituati. La tensione è stata tanta e questo ha ovviamente influenzato negativamente la produzione ed il nostro modo di lavorare.
Una scelta sensata sarebbe, dunque, creare dei percorsi dell’artigianato non mirati soltanto all’ammirazione e all’eventuale acquisto di souvenir, ma che prescindano dal discordo del folklore e che puntino sull’unità e sull’unicità della storia e della cultura della città e dei singoli quartieri, mostrando al mondo e ai giovani le storie individuali ed umane dei singoli artigiani, collegando ogni prodotto della bottega al sacrificio, al lavoro e ai sogni che vi sono dietro.
È, infatti proprio sui giovani su cui bisogna puntare per arrivare alla rinascita dell’artigianato, «solo avvicinando i giovani al mondo del lavoro, mostrandogli al tempo esso i sacrifici e le soddisfazioni portati da un mestiere manuale, artigianale, si può dare una svolta al settore e al tempo stesso recuperare quel mondo giovanile così poco attento alle reali esigenze della società» – spiega Filosa – «A San Sebastiano al Vesuvio è stata creata la prima Cittadella del Pane, in un’area sequestrata alla camorra, proprio per avvicinare i giovani al mondo della panificazione e allontanarli dal frivolo, dalla vita di strada e dall’illegalità».
Bisognerebbe attirare i turisti facendo leva sul patrimonio storico e culturale e non mercificando emozioni fittizie ed esperienze prefabbricate e low-cost. Questa si esauriranno a breve, la cultura della città è eterna.
di Fabio De Rienzo
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE
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