
Tutto ha avuto inizio domenica 9 agosto, il giorno delle elezioni presidenziali in Bielorussia: il presidente Alexander Lukashenko ottiene il suo sesto mandato con una vittoria schiacciante. Il giorno successivo la TV sponsorizzata dal governo comunica che Lukashenko è stato confermato con l’80,23% dei voti e per le strade di Minsk scoppia il caos.
I bielorussi non ci stanno e si mobilitano per manifestare il loro dissenso: il presidente per tutta risposta militarizza la città. Le proteste in strada, nelle fabbriche e nelle università vanno avanti ininterrottamente da due mesi, oppositori politici, giornalisti indipendenti vengono arrestati o costretti a lasciare il Paese. È questo lo scenario bielorusso nel 2020, dove non c’è nessuna traccia di democrazia.
In occasione del suo secondo e terzo mandato, rispettivamente nel 2001 e nel 2006, la stessa OCSE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) affermò in entrambi i casi che la rielezione fosse avvenuta in modo non conforme agli standard internazionali per i diritti umani. Nonostante le manifestazioni dei cittadini in favore degli oppositori, Lukashenko uscì vincitore anche nelle elezioni presidenziali del 2010 e del 2015.
È in questo contesto che sono scese in campo le mogli di due leader messi fuori gioco e la direttrice della campagna elettorale di un terzo, per continuare la battaglia intrapresa. Veronika Tsepkalo, Svetlana Tikhanovskaya e Maria Kolesnikova, tre donne coraggiose che, supportate dal popolo bielorusso, si sono schierate contro un Presidente che in precedenza ha affermato che “la nostra costituzione non è fatta per una donna, e la società non è abbastanza matura perché una donna diventi presidente”.
Un segnale forte, accolto con entusiasmo: al loro comizio a Minsk oltre 60.000 persone.

Le manifestazioni popolari, iniziate nel mese di maggio, avevano l’intento di contestare la corruzione del governo e le scarse misure di sicurezza messe in atto per contrastare la pandemia di Covid-19. Sin da subito le forze dell’ordine hanno agito con violenza e arresti: ad oggi si contano cinque morti, oltre 300 feriti e 10.000 arrestati.
Police is brutally arresting peaceful protesters. Footage is from an hour ago near Royal Plaza skyscraper #Belarus #Minsk #BelarusElection #BelarusProtest #BelarusFreedom pic.twitter.com/XA7nqWLsVY
— NowBelarus (@NowBelarus) October 4, 2020
Nel giorno delle elezioni ed in quelli successivi Lukashenko ha bloccato internet in gran parte del Paese e fatto disabilitare le app più popolari, nel tentativo di boicottare il coordinamento delle proteste.
Tuttavia, Telegram (servizio di messaggistica istantanea) ha ricoperto un ruolo chiave nell’organizzazione delle manifestazioni e nella diffusione di foto e video. Canali come Nexta Live hanno permesso la comunicazione di informazioni da parte degli oppositori, oltre che far arrivare le notizie anche oltre i confini della Bielorussia.
Il creatore di Nexta è Stepan Putilo, un 22enne che inevitabilmente è diventato uno dei volti più noti della mobilitazione contro il governo di Lukashenko. Il canale Telegram al momento conta oltre due milioni di iscritti e rappresenta la prima fonte di informazione indipendente del Paese.
Lo scorso 24 settembre è arrivata la tanto attesa decisione dell’Unione Europea, che ha affermato di non riconoscere il risultato delle elezioni. Il sesto mandato di Lukashenko manca di «legittimità democratica» e non rispecchia «la volontà di gran parte della popolazione bielorussa, espressa in numerose proteste pacifiche e senza precedenti dopo le elezioni». Sono state chieste, inoltre, nuove elezioni inclusive e trasparenti.
Intanto, le manifestazioni pacifiche contro il regime di Lukashenko continuano. Il Presidente non mostra segni di apertura e rimane al suo posto. Nelle strade invece i cittadini bielorussi chiedono libertà e nuove elezioni, per voltare pagina verso un futuro migliore.
di Marco Polli
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