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Bielorussia, se l'informazione si paga con il carcere

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18 febbraio 20213 min di lettura

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Bielorussia, se l'informazione si paga con il carcere

Indice (1)

  • 1La repressione sistematica di Lukashenko in Bielorussia

In Bielorussia, sotto il regime di Lukashenko, la libertà d’informazione si paga con il carcere. Di fatto, il diritto di informare e di essere informati, in un paese dell’Europa libera, non esiste più. Le giornaliste Katerina Bakhvalova e Daria Chultsova, incarcerate e condannate formalmente oggi, sono l’ennesima espressione di quel potere arbitrario e intollerabile che dal 9 agosto 2020 si combatte in Bielorussia.

Katerina Bakhvalova e Daria Chultsova sono due giornaliste della testata indipendente Belsat, con sede in Polonia. Hanno, rispettivamente, 27 e 23 anni. Sono state arrestate nel novembre scorso, mentre svolgevano il proprio lavoro, documentando le proteste per l’uccisione del 31enne Roman Bondarenko, in Piazza dei Cambiamenti, a Minsk. Hanno atteso per mesi, insieme, il giudizio. Il processo è arrivato, il 9 febbraio, a calare dall’alto quella sentenza già ampiamente pronosticata: colpevoli. Di cosa? Di aver documentato, filmato, raccontato. “Azioni di gruppo che violano gravemente l’ordine pubblico”. Questa la sentenza del tribunale in Bielorussia che emesso la condanna nella mattinata di oggi: due anni di reclusione ciascuno, per Bakhvalova e Chultsova. Due lunghi anni in carcere, perché due giornaliste non avrebbero dovuto raccontare ai concittadini la realtà del loro paese; due anni in carcere perché sotto Lukashenko, l’informazione è sovversiva.

La repressione sistematica di Lukashenko in Bielorussia

La condanna delle due giornaliste del Belsat non è naturalmente un caso isolato. Proprio in questi giorni, il mirino di Lukashenko si è lentamente spostato sui media e sulla libera informazione, dopo aver ripulito nei mesi precedenti l’opposizione politica. Al momento, sono infatti 256 i prigionieri politici registrati ufficialmente. I dissidenti più esposti sono stati arrestati ed esiliati già allo scoppio delle proteste anti regime, come Svetlana Tikhanovskaya, da mesi rifugiata in Lituania. Recenti sono anche le espulsioni degli studenti universitari bielorussi che hanno mostrato partecipazione nel movimento contro Lukashenko.

Ora, dunque, tocca ai giornalisti passare sotto la mano violenta del regime, per soffocare le ultime voci libere rimaste in Bielorussia. Il 16 febbraio la polizia bielorussa ha effettuato diverse perquisizioni negli uffici privati di giornalisti e attivisti dei diritti umani e, tra i numerosi arresti, c’è anche quello del presidente dell’Associazione bielorussa dei giornalisti (Baj) Andrej Bastuntes. I capi di accusa, secondo il comitato investigativo bielorusso, sono sempre gli stessi: minare gravemente l’ordine pubblico. Anche appendere nastri rossi e bianchi (colori della protesta) vuol dire minare gravemente l’ordine pubblico: perché per questo fu ucciso Roman Bondarenko, lo scorso novembre. E per aver raccontato il fatto, sono state condannate Bakhvalova e Chultsova.

Nonostante tutto, il popolo della Bielorussia non si arrende e sul web continua a mostrare determinazione, speranza e supporto a tutti i prigionieri e le vittime del regime. Come ha scritto Svetlana Tikhanovskaya su Twitter: “Basta guardare Darya e Katsiaryna: forti, sorridenti. Lukashenko non può spezzarci”.

Journalists Darya Chultsova and Katsiaryna Andreyeva were sentenced to 2 years in prison for a live stream from Bandarenka's memorial in Nov.
Just look at Darya and Katsiaryna – strong, smiling, and saying goodbyes to their loved ones through bars. Lukashenka can't break us. pic.twitter.com/nVk0u883Ia

— Sviatlana Tsikhanouskaya (@Tsihanouskaya) February 18, 2021

Tags
  • #Bielorussia
  • #daria chultsova
  • #giornaliste bielorusse
  • #Katerina bakhvalova
  • #Lukashenko
  • #Svetlana Tikhanovskaya
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