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Brexit: cosa accadrà realmente?

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7 febbraio 20208 min di lettura

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Brexit: cosa accadrà realmente?

Indice (1)

  • 1Dalla mezzanotte del 31 gennaio 2020, ormai è noto a tutti, la Gran Bretagna non fa più parte dell’Unione Europea.

Dalla mezzanotte del 31 gennaio 2020, ormai è noto a tutti, la Gran Bretagna non fa più parte dell’Unione Europea.

Dopo un lungo e travagliato periodo iniziato a giugno del 2016 con il referendum popolare e conclusosi di fatto con le elezioni di dicembre 2019 che hanno visto il successo dei tories di Boris Johnson si è arrivati alla decisione finale che però non vede realmente tutti soddisfatti nei paesi d’oltre manica, in particolare la Scozia.

In realtà inizia ora un periodo di transizione che durerà fino al 31 dicembre 2020 nel corso del quale Gran Bretagna e UE dovranno trovare un accordo per disciplinare i nuovi rapporti tra i Paesi membri dell’Unione e un Paese terzo com’è ora la Gran Bretagna. La situazione al momento appare sempre incerta. Senza un accordo, il no deal di cui si parla tanto, gli effetti della Brexit sarebbero immediati ed in taluni casi disastrosi… per entrambe le parti.

Ne abbiamo parlato con l’economista Arturo Hermann, che ci ha subito risposto con un “ci provino ad attuarla, sarà un ottimo modo per aggravare i problemi economici dell’United Kingdom!” ed ascoltandolo viene da pensare “Caspita l’UK … si disintegrerebbe!“.  Infatti, asserisce Hermann, “il ragionamento ─ si fa per dire, perché dimostra che non hanno capito un granché ─ di Farage & co. è il seguente: poiché le importazioni UK verso la UE sono ben maggiori delle esportazioni UK verso la UE, una politica protezionistica resa possibile dalla Brexit avvantaggerebbe gli inglesi, gli darebbe, per così dire, il coltello dalla parte del manico.

Questi signori, però, dimenticano un dettaglio: in caso di politiche protezionistiche attuate da Paesi, come l’UK, con alto grado di dipendenza del sistema produttivo dalle importazioni, l’elasticità di queste ultime rispetto al prezzo (ossia il rapporto tra le variazioni percentuali delle quantità importate e le variazioni percentuali dei prezzi per i vari prodotti) tende ad essere minore di 1 e quindi la spesa totale per importazioni comunque aumenta anche in presenza di dazi. Mentre l’opposto accade (per i motivi indicati nella nota*), per le esportazioni: in questo caso un aumento dei prezzi indotto dai dazi di risposta degli altri Paesi avrà con ottima probabilità un’elasticità maggiore di 1, quindi il ricavato totale delle esportazioni si contrae.

Il risultato ─ con importazioni “inelastiche” ed esportazioni “elastiche” rispetto ai dazi, ossia con i relativi valori assoluti minori o maggiori di 1 ─ sarà un peggioramento della bilancia commerciale che porterà ad un deprezzamento della sterlina.

Tale deprezzamento influirà in modo negativo anche sui movimenti di capitale ─ gli investitori avranno poca fiducia in una sterlina in ribasso e sposteranno i capitali verso altri impieghi ─ peggiorando ulteriormente la situazione. A questo punto, il governo conservatore ricorrerà alla classica politica restrittiva di rialzo dei tassi di interesse e di tagli alla spesa pubblica, con effetti disastrosi sul PIL e l’occupazione.

Per questi motivi ─ che alimentano altre tensioni di tipo più politico nei rapporti con la Scozia e l’Irlanda del Nord ─ con tutta probabilità la Brexit rimarrà una scatola vuota. Servirà tutt’al più come uno spauracchio per ottenere ─ in una continua rinegoziazione dei rapporti commerciali che difficilmente, per i motivi richiamati, apporterà grossi cambiamenti ─ qualche piccolo vantaggio in una navigazione di piccolo cabotaggio.

Chiaramente tali vantaggi saranno largamente illusori. La realtà è che politiche sovraniste ─ basate sulla fantasia regressiva “del papà onnipotente che sistema le cose” e sul principio del beggar-thy-neighbour (letteralmente, rendi mendicante il tuo vicino) ─ saranno svantaggiose per tutti i Paesi. Se i problemi economici sono sistemici, solo soluzioni sistemiche possono risolverli.”

A questo punto viene spontaneo pensare… “Good luck UK!”

La tesi di Hermann sulle proposte di uscire dalla UE, “nell’idea che un più completo “sovranismo” possa porre le basi per un’economia più giusta e solidale”  sono “… pura illusione: il potere delle banche e del capitale finanziario esisteva ben prima della UE, e si esercitava (e si esercita) con maggiore forza proprio nei Paesi più sovranisti (la Spagna franchista del dopoguerra ed il Cile di Pinochet costituiscono ottimi esempi al riguardo della perfetta coniugazione di politiche neo-liberiste, dominio del grande capitale e regimi dittatoriali).”

A suo dire “… si potrebbero portare avanti con forza in ambito UE, da parte progressista e di sinistra, una serie di politiche antitetiche al neo-liberismo. Tali politiche, se applicate su larga scala, sarebbero già una rivoluzione, perché porrebbero un limite drastico alla finanziarizzazione dell’economia, migliorando nel contempo la democraticità ed accountability del settore bancario.

Tali politiche potrebbero essere attuate da subito, e potrebbero intervenire sui seguenti obiettivi interrelati: 1. tasso di interesse reale permanentemente basso; 2. limiti precisi alle attività speculative; 3. attività delle banche rivolta a finanziare e a promuovere in modo trasparente le attività imprenditoriali e sociali, con particolare attenzione alle piccole e medie imprese; 4. migliore raccordo delle banche centrali con la ECB (European Central Bank), anche attraverso un utilizzo più ampio dell’ESM (European Stability Mechanism).”

L’ESM è un istituto poco conosciuto, con potenzialità ancora largamente inutilizzate, che ha svolto un ruolo centrale nel finanziare Paesi in crisi (ad esempio la Grecia e Cipro).

La recente riforma dell’ESM (MES in italiano), pur tra tante contraddizioni e localismi, in particolare i tentativi, piuttosto ridicoli, da parte delle nazioni più forti (in particolare Francia e Germania) di ottenere le condizioni migliori e di “mettere in mora” i più deboli — è rivolta ad avvicinare le prerogative della BCE a quelle di una normale Banca Centrale.

In questo senso, le forze progressiste potrebbero svolgere un ruolo importante — non nell’attaccare in modo indiscriminato questo percorso facendo così il gioco dei sovranisti e dei declinisti — ma nel far in modo che il MES e la BCE siano sempre più sganciati dalle logiche delle rendite finanziarie e dei poteri forti, e sempre più orientati allo sviluppo del sistema economico e sociale.

Grazie all’ESM si potrebbe creare una notevole quantità di nuovo potere d’acquisto da immettere nel circuito economico. Evidentemente bisognerebbe intervenire anche sull’efficienza della spesa pubblica, limitando il deficit di bilancio, sulla tassazione progressiva, sulla valorizzazione del lavoro e la partecipazione dei lavoratori, sulla promozione della ricerca e dell’innovazione, sulla tutela dell’ambiente, migliorando altresì il raccordo tra le varie politiche economiche.

“La vera sfida – dunque – sarebbe indirizzare tale moneta fresca non a vantaggio dei grandi gruppi ma dello sviluppo economico e sociale.” conclude Hermann.

Si riportano alcuni link di interesse:

https://oec.world/it/profile/country/gbr/

https://researchbriefings.parliament.uk/ResearchBriefing/Summary/CBP-7851#fullreport

http://www.worldstopexports.com/united-kingdoms-top-10-imports/

http://www.worldstopexports.com/united-kingdoms-top-exports/

https://tradingeconomics.com/united-kingdom/imports-by-country

https://tradingeconomics.com/united-kingdom/exports-by-country

https://www.esm.europa.eu/

*Qualche ulteriore considerazione sulla struttura import/export dell’UK. Nel caso delle esportazioni UK verso la UE, queste riguardano principalmente beni di consumo non essenziali (e, in misura più limitata, beni strumentali). Per questo, l’elasticità dei beni di consumo, come definita sopra, tende ad essere elevata. Ad esempio, se siamo orientati ad acquistare un maglione o un dopobarba inglese, basta anche un lieve aumento di prezzo ad indirizzare la nostra scelta verso un’ampia gamma di prodotti sostituibili.

Tutt’altro discorso per le importazioni UK dalla UE. In questo caso, accanto ad una quota di consumi non essenziali, è presente una consistente percentuale di beni strumentali e di beni di consumo più essenziali (in particolare della filiera agroalimentare, nella quale abbiamo una quota notevole dell’export). In questo caso, una serie di fattori ─ i coefficienti fissi (o poco flessibili) dei sistemi di produzione, le economie di scala e di specializzazione, le particolarità geografiche (nei prodotti alimentari) ─ rendono difficile e costosa la strategia della cd import susbstitution, ossia sostituire i beni importati con prodotti interni.

Per questi motivi, la domanda per l’importazione di tali beni sarà tendenzialmente inelastica. Ciò, oltre a peggiorare la bilancia commerciale, tenderà a produrre spinte inflazionistiche perché i produttori tenderanno a scaricare sui consumatori gli aumenti dei costi.

 

di Arturo Hermann e Bruno Marfè

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