
Droghe, pornografia e telefoni cellulari. Sono solo alcuni degli oggetti che i detenuti hanno cercato di farsi recapitare in carcere mediante l’uso di un drone. La goccia che ha fatto traboccare il vaso arriva dall’Italia.
Gli Usa precursori – Da questo punto di vista gli Stati Uniti sono stati precursori in questo fenomeno. Già diversi anni fa i primi casi: nel carcere di Mansfield, in Ohio, dove
degli stupefacenti e del tabacco sganciati da un mini-drone nel cortile del penitenziario avevano scatenato una rissa tra i detenuti sulla proprietà di quell’involucro. Stessa cosa era successa nel centro di detenzione dello Utah, vicino a Draper, dove le sentinelle hanno
avvistato un oggetto volante, non un ufo, ma identificato proprio come drone che una volta scoperto si era allontanato.Nemmeno la Svizzera è stata risparmiata.
Nel penitenziario Bonstadel di Menzingen (Zugo) c’era stato già nel 2014 un tentativo di trasportare un telefono cellulare all’interno della struttura con un drone. Per questo alcune strutture modello sono già corse ai ripari. È il caso del penitenziario di Lenzburg (Argovia), e poi proprio quello di Menzingen, che hanno installato un sistema d’allarme contro i droni ed altri apparecchi volanti, che utilizza la videosorveglianza e un radar capace di identificare apparecchi volanti di piccola grandezza. Un sistema che dopo qualche problema nella fase di test, rilevava anche gli uccelli, è stato affinato fino ad avere risultati soddisfacenti, in Svizzera e non solo. Insomma, per Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti [1]”, i pericoli nell’uso scorretto dei droni non devono essere
sottovalutati.
Un drone è in grado di eludere tutti i controlli d’entrata. E di introdurre armi e droga o permettere ai detenuti di comunicare con l’esterno Le carceri italiane dovrebbero dotarsi di un sistema di identificazione analogo a quelli intrapresi a nord delle Alpi.
Di Redazione Informare
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