
Il primo ad essere utilizzato fu il modello ciclico perché i Greci credevano che l’universo fosse un continuo prodursi e disfarsi quindi, il tempo non poteva essere nient’altro che la ruota in cui gli esseri nascono, muoiono e si ricompongono allo stato originale Concetto espresso anche nella maggior parte delle filosofie orientali. Questa idea si è, poi, protratta negli anni diventando anche parte della civiltà romana fino al momento del più grande “crack” della storia, la nascita di Cristo e quindi del Cristianesimo. Tale figura messianica portava con sé non solo il messaggio di pace tipico della religione da lui fondata, ma anche un cambiamento non indifferente nel concepire lo scorrere del tempo. Il fatto che l’uomo venisse giudicato alla fine della sua vita già implicava un inizio e una fine, ma cercando una regola di carattere generale l’irreversibilità del bene e del male commesso implicavano l’impossibilità di tornare indietro.
Così la ciclicità del tempo ha lasciato il posto alla linearità e la figura di Dio ha finito per condizionare l’immaginario del mondo in tutti i suoi aspetti.
Il Medioevo come periodo storico ha visto la massima intensificazione del potere concesso a Dio e, da lì in poi, tutte le legge e i costumi della tradizione cristiana sono diventati conseguentemente le leggi e i costumi del mondo, specialmente dell’Europa che ha vissuto l’epoca della Controriforma (o Riforma Cattolica) che, come un editore esigente, ha stabilito delle regole da rispettare sulle pubblicazioni, sull’insegnamento ed in generale su tutto ciò che faceva cultura, stilando anche un ordine di libri proibiti. Una sorta di Grande Fratello ante Orwell.
Fortunatamente da questo clima proibizionistico, si sviluppa un movimento che inizierà a rompere le catene dell’ignoranza e della superstizione religiosa, l’Illuminismo. Così man mano che gli anni passavano la morale di Dio e la sua potenza sono andati scemando grazie alla ventata d’aria fresca portata dalle idee rivoluzionarie dell’Età dei Lumi.
La risposta si può trovare negli scritti di Friedrich Nietzsche che è il primo ad evidenziare come il Cristianesimo abbia condannato la vita in nome della “morale degli schiavi”, erigendo a virtù la sottomissione e l’umiltà. Secondo il filosofo bisogna demistificare il clima nichilistico e recuperare i valori terrestri di un uomo “sostanzialmente corpo, corpo che non è una prigione o una tomba dell’anima, ma il concreto essere dell’uomo nel mondo”. E se, attenendoci sempre a questo schema di pensiero, decidessimo di far tornare ad essere virtù ciò che corporeamente viene stimato immorale, la diretta conseguenza è quella illustrata in uno degli aforismi della sua Gaia Scienza:
[…] Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di più sacro e di più possente il mondo possedeva fino ad oggi si è dissanguato sotto i nostri coltelli – chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo lavarci? Quali riti espiatori, quali sacre rappresentazioni dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo anche noi diventare dei, per apparire almeno degni di essa? […]
Anche se il processo di distaccamento dal Cristianesimo era già iniziato e continua tutt’oggi, secondo Nietzsche è necessario notificare la sua morte, così che l’uomo prenda coscienza di essere ormai autosufficiente e di non dover più fare riferimento alla rassicurante figura di un “essere al di là di ogni essere”. Si tratta di un avvenimento che permette all’intera umanità di ritrovare la fiducia in sé stessa e nelle sue forze naturali, ma è soprattutto un’ammissione di responsabilità nei confronti del mondo. Con il coltello ancora sporco di sangue, l’assassino dichiara tacitamente che ogni avvenimento sia positivo sia negativo è merito o colpa dell’uomo e di nessun altro.
In quest’ottica si sviluppa un’altra delle teorie del filosofo nativo di Röcken, la teoria del Superuomo o dell’Ultrauomo. Questo personaggio è l’incarnazione delle idee prima presentate, non vola sulle nostre teste con un mantello rosso legato al collo, ma si libera dalle catene della società e inizia a sperimentare una nuova forma di vita più alta, più ricca, più felice. La sua caratteristica più indicativa è il fatto che egli trovi in sé le ragioni della propria condotta, accettandosi integralmente, con i suoi istinti, i suoi appetiti cercando di vivere la vita nel modo più gioioso possibile.
La premessa per ritornare a parlare della concezione del tempo è stata fatta, ora il pensiero di Nietzsche dovrebbe essere un pochino più chiaro al lettore. Il motivo di tante parole e di tanto interessamento risiedono in una delle sue teorie più controverse scaturite in seguito alla morte di Dio. Fino ad ora abbiamo parlato dell’effetto che tale evento ha sull’uomo, ma non sulla società.
Venendo a mancare il freno inibitore, crollano anche le leggi morali che permettevano all’uomo di stabilire il bene ed il male. Quindi, un ipotetico Superuomo, completamente immerso in quella che è la morale dionisiaca, preso dall’ebbrezza del vivere, come fa a stabilire cosa fare e cosa no? Come identifica gli eccessi? Entra in gioco così, prepotentemente, la teoria dell’eterno ritorno:
«Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!»
L’eterno ritorno potrebbe essere la chiave del comportamento civile degli individui secondo Nietzsche. Condannando l’uomo a ripercorrere la propria esistenza infinite volte, poiché frammento dell’eternità, come una legge del terrore, essa guida tutte le persone a compiere quello che viene definito “bene”. Ed eccoci di nuovo al punto di partenza, di nuovo in catene. Abbiamo ucciso Dio per essere schiavi del tempo. Com’è possibile che il Superuomo sia animato dall’amor fati?
Liberare l’uomo da tutti i vincoli anche per un filosofo come Nietzsche, sembra un’assoluta pazzia. Come fa ogni singolo a vivere per sé senza aggregarsi in civiltà? Significa spogliare l’umanità della sua caratteristica più bella, ma senza dubbio più controversa, l’umanità stessa. Così il filosofo cerca di incanalare almeno una quantità di bene ed una quantità di male nell’eterno di ritorno, per dare completezza al mondo, senza sbilanciarlo, ma non concedendo all’uomo la minima possibilità di scelta. Dio è morto e sicuramente ne accettiamo i benefici, ma piuttosto che vivere l’ebbrezza dionisiaca, preferiamo l’incertezza dell’umanità.
Se un bambino sognasse un destino diverso da quello che il mondo gli ha assegnato, se sognasse qualcosa di più grande?
di Marco Cutillo
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