
Tutto scorre: e siamo già a marzo, un mese veramente atipico per tirare somme, quelle sono una prerogativa di dicembre. Eppure, a un anno dalla pandemia, sembra inevitabile guardarsi intorno, guardarsi dentro, per provare a capire cosa ne sia stato di noi in questo ultimo anno di non vita. Eravamo abituati a correre, a sfrecciare, con lo sguardo fisso verso un obiettivo e senza mai la possibilità di fermarci a guardare il paesaggio, convinti del fatto che, in fondo, per fermarsi a respirare ci sarebbe sempre stato tempo. Eravamo abituati a girare in lungo e largo, a fingerci cittadini del mondo avvinti da un desiderio irrefrenabile di scappare dal nostro piccolo orticello, ma mai troppo al di là, e poi il nulla.
Poi, all’improvviso, cittadini del mondo lo siamo diventati realmente, tutti accomunati dalle stesse ansie, dalle stesse paure, uniti al grido unanime di “andrà tutto bene“, chissà se per rincuorare gli altri o per ingannare noi stessi. Mai così distanti e così vicini, mai così divisi e così compatti. Così altruisti, generosi, solidali, così cattivi, famelici, arrabbiati, la perfetta incarnazione del motto “mors tua, vita mea”, calzante a un’epoca storica attanagliata, da un anno a questa parte, dalla costante paura di non riuscire a trovare nel banco frigo di un supermercato un insignificante panetto di lievito.
Quest’anno è stato un ladro di libertà, ma al contempo benefattore di un bene per ottenere il quale, un anno fa, avremmo venduto l’anima al diavolo, soltanto perché consapevoli che non avremmo mai potuto averne: il tempo. Sospeso, immobile, da dedicare agli altri ma soprattutto a se stessi, per conoscersi a fondo, per uscirne migliori. Un tempo speso a pensare a tutto quello che durante quest’anno avremmo potuto fare, se solo avessimo avuto la nostra vita ordinaria, normale, a tutto quello che sarebbe potuto migliorare, cambiare.
di Teresa Coscia
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