
Noi siamo il futuro, ovvero, noi viviamo quel futuro immaginato da chi ci ha preceduto. E con molta probabilità siamo anche i suoi traditori. Con la demolizione dell’Autogrill di Montepulciano crolla un sogno, durato dal dopoguerra e tradito dalla nostra incapacità di gestione dei tesori che da quel periodo abbiamo ricevuto.
Angelo Bianchetti, architetto concretizzatore delle mire imprenditoriali di Mario Pavesi, è stato tra i primi al mondo a proporre la soluzione dell’autogrill a ponte – il primo di questa serie fu costruito a Fiorenzuola d’Arda nel 1959 – proprio per l’azienda alimentare di Pavesi. Un simbolo che ha influenzato l’immaginario di generazioni di progettisti.
Ma chi di noi, andando a Nord con l’autostrada, non si è meravigliato passando sotto quell’enorme architettura, promettendosi di fermarsi al ritorno e poi si è fermato per passeggiare da un lato all’altro dell’area di sosta?
Mario Pavesi, l’imprenditore che ci ha regalato prodotti famosi come i Pavesini, i Ringo, i Togo, ebbe l’idea di creare dei punti ristoro lungo le principali arterie del paese dopo un viaggio in America.
Dal confronto con l’architetto Bianchetti, nacque così l’idea di un oggetto riconoscibile anche da lontano, che attraesse il viaggiatore e lo invogliasse a stazionare. Un unico edificio che potesse servire ambedue i sensi di marcia. Quello di Montepulciano – il più ardito – costruito nel 1967, era una sorta di astronave in acciaio, cemento armato e vetro, dal gusto americano. Un’architettura nata per meravigliare per dimensione e sistema costruttivo. La poetica geometria della grande trave in acciaio ancorata al suolo con un unico pilastro, infatti, regge il peso di due piani tra servizi, ristorante e market. Un’architettura che non stuzzicava solo le menti dei viaggiatori, ma anche quella degli abitanti delle campagne circostanti, “invasi” da questo colossale pezzo di modernità.
Purtroppo però, dal 2018 l’autogrill era caduto in disuso. Dopo il tragico crollo del viadotto Polcevera a Genova, sono stati avviati controlli su tutti i viadotti e ponti d’Italia. Controlli avvenuti anche per la nostra architettura, che appunto fu chiusa ed i dipendenti, dopo un periodo di cassa integrazione, vennero spostati in alcuni container per continuare ad offrire il servizio di ristoro. La demolizione, avvenuta in poche ore, è risultata come qualcosa di spettacolare. Uno show di gru che hanno spostato per intero il grande blocco, poi smontato una volta a terra, ad opera di alcune imprese già impiegate proprio nella demolizione del “Morandi”.
A causa degli elevati costi di gestione della grande macchina architettonica di Bianchetti, Autogrill spa ha dovuto decidere per la demolizione, facendo perdere a noi ed ai nostri posteri qualcosa di straordinario per cui meravigliarci. La società ha già previsto la sostituzione dei container e nei primi mesi del 2022 verranno realizzate due anonime strutture per senso di marcia, in previsione anche di un futuro ampliamento della carreggiata.

Ma com’è stato possibile tutto ciò? Ci si chiede, nonostante siano chiare le ragioni pratiche per cui si sia arrivato a tutto questo, cosa manca nella legislazione attuale affinché anche opere così recenti possano rientrare nei meccanismi di tutela.
L’Ordine degli Architetti di Roma a tal proposito ha istituito l’Osservatorio sul ‘900, per portare avanti un importante discorso sulla tutela del moderno. A tal proposito è interessante la dichiarazione del presidente OAR, Alessandro Panci, che osserva come «non sia la prima volta che opere di architettura con un importante rilievo culturale vengano – o rischino di essere – demolite. Non servono ulteriori norme, per decidere come operare in queste situazioni: per progettare, restaurare e conservare bisogna puntare, piuttosto, sulla comprensione profonda di architettura, territorio, paesaggio».
Viviamo in un periodo storico in cui purtroppo icone del contemporaneo, come le architetture di Bianchetti, sono percepite come ruderi inutili. E quindi non è tanto la volontà dei progettisti o la precisione delle norme a mancare, ma piuttosto quel rapporto particolare tra architettura, arte, economia, committenti ed imprese che, negli anni del boom economico, ha portato alla realizzazione di queste icone.
Non siamo dei nostalgici, né tantomeno sentiamo ancora il bisogno di guardare all’America per essere unici. Ma quello che vogliamo è non perdere la memoria e doverci ricordare del nostro passato brillante solo attraverso poche foto. Chiediamo a chi deve osservare, di controllare e battersi stoicamente per la difesa di questo nostro diritto. Vogliamo vivere in un mondo di architetture indimenticabili, che ci fanno sognare – come Montepulciano ci faceva pensare a viaggi interstellari – e non di trascurabili e noiosi fabbricati.
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