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Magazine di promozione culturale, periodico mensile gratuito, che nasce nel 2002 a Castel Volturno, fondato da Tommaso Morlando, in concomitanza con una forte attività associazionistica praticata dal Centro Studi Officina Volturno sul territorio, in termini di salvaguardia ambientale e testimonianza contro la criminalità organizzata.

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Diamo i Numeri! - Dati e Notizie

Nicola Dario
Nicola DarioRedazione Informare
11 giugno 202138 min di lettura

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Diamo i Numeri! - Dati e Notizie

Le autorità cubane hanno dichiarato che l’isola sta vivendo «uno dei momenti peggiori» della pandemia. Due  giorni fa  sono stati registrati 13 morti e 1.185 nuovi contagi……

Mascarpone& Ciccioni

Già nel 2011, quando era ancora un europarlamentare senza uno staff che si occupasse dei social, Salvini annunciava a tutti su Facebook la sua passione per la crema al mascarpone [Giovanni Diamanti I segreti dell’urna. Storie, strategie e passi falsi delle campagne elettorali Utet].

Nell’immaginario popolare Buddha è speso raffigurato come obeso. In realtà era magro. Il Buddha monaco ciccione è una variante cinese [Fatto].

ANDARE AL MARE…

Secondo un’indagine dell’Istituto ricerche sul consumo ambiente e formazione (Ircaf) condotta su 45 stabilimenti balneari delle località più rinomate di 15 Regioni, la spesa per gli stabilimenti balneari aumenterà del 4,11% a giugno per un giornaliero e del 13,9% per il settimanale. «Rispetto all’anno scorso il prezzo è aumentato di oltre il 4%, mentre per una settimana si spendono 135,97 euro, con un aumento di ben 16,59 euro sul 2020 pari a +13,9%. Nel dettaglio, per un giornaliero si va da un massimo di 45/50 euro a Sabaudia o Punta Ala a un minimo di 10 euro giornalieri a Grado o a Praia di Mare. Per i bagni che si trovano sul mare Adriatico e Ionio, spiega il presidente dell’Ircaf Mauro Zanini, la spesa media si attesta a giugno di quest’anno a 15,92 euro per il giornaliero e a 96,94 euro per il settimanale con un aumento dei prezzi rispetto all’anno scorso del +3,24%. In calo, invece, il giornaliero, probabilmente per strategia promozionale commerciale. Negli stabilimenti balneari della costa tirrenica-ligure si registrano prezzi significativamente più elevati: 28 euro per un giornaliero, in aumento di 3,79 euro rispetto al 2020 (+15,65%), mentre per il settimanale la spesa si attesta a 177,29 euro, pari a un aumento su base annua di 28,18 euro (+18,9%). In soldoni, l’incremento registrato per una settimana di villeggiatura al mare nel Tirreno è 6 volte maggiore rispetto a quella sull’Adriatico» [ Fatto].

Politici

Record assoluto di trasformismo: il senatore Giovanni Marilotti, eletto nel 2018 con il M5S, passato con il gruppo Misto, quindi alle Autonomie, poi al Maie-Centro democratico, poi di nuovo al Misto, infine al Pd [CdS].

In questa legislatura i parlamentari che hanno cambiato casacca sono oltre duecento

Sergio Rossi diventa cinese

Sergio Rossi, marchio specializzato in calzature di alta qualità, cambia proprietà: passa dal fondo private equity Investindustrial di Francesco Bonomi al colosso cinese Fosun. «Si prevede che la transazione si chiuderà durante l’estate» si legge in una nota. Fosun ha superato la concorrenza di Bally International, dell’americana Marquee Brands e di Piquadro, data finora per favorita.

«Investindustrial aveva comprato Sergio Rossi nel 2015 dalla multinazionale francese Kering, con un investimento di 100 milioni di euro, quando il gruppo ne fatturava circa un’ottantina. Il 2019 si è chiuso invece con un giro d’affari di 66,5 milioni e un Ebitda negativo di 1,6 milioni. Nel 2020, con la pandemia e la chiusura dei negozi per buona parte dell’anno, le cose non sono certo migliorate» [Rep].

Il sequestro a Dhl

La Guardia di Finanza di Milano ha eseguito un sequestro di circa 20 milioni di euro nei confronti della Dhl Supply Chain Italy, società del colosso della logistica controllata dalle poste tedesche, per una presunta maxi-frode sull’Iva e sfruttamento dei lavoratori. Indagati anche l’ex presidente Fedele De Vita e l’attuale presidente Fedele De Vita e Antonio Lombardo. Dall’inchiesta è emerso che, attraverso società di intermediazione e finte cooperative, sarebbero stati creati «meri serbatoi di manodopera», ossia lavoratori della logistica a cui le società intermediarie, tra l’altro, non versavano in gran parte i contributi.

Il ritorno del redditometro

«Ieri il dipartimento delle Finanze ha avviato la consultazione pubblica sul nuovo redditometro che si chiuderà il prossimo 15 luglio. La consultazione è indirizzata soprattutto alle associazioni più rappresentative dei consumatori e punta ad acquisire valutazioni, osservazioni e suggerimenti per il ritorno in piena attività del redditometro, che sarà utilizzato – come prevede il decreto Dignità – per gli accertamenti a partire dal periodo d’imposta 2016.

L’obiettivo è fotografare in modo più nitido e completo la reale capacità contributiva in modo da far scattare i controlli veri e propri solo in presenza di uno scostamento superiore del 20% tra redditi dichiarati e quelli ricostruiti. E in questa ricostruzione gli uffici dell’amministrazione finanziaria considereranno varie tipologie di spese: generi alimentari, bevande, abbigliamento e calzature; abitazione; combustibili ed energia; mobili, elettrodomestici e servizi per la casa; sanità; trasporti; comunicazioni; istruzione; tempo libero, cultura e giochi; altri beni e servizi. Ma oltre ai consumi il cerchio si chiuderà valutando anche i dati su investimenti (immobiliari e mobiliari), risparmio e spese per trasferimenti» [Sole].

ORIGINI  DEI  ..PUNTI.(E NON SOLO)

Victor Hugo voleva sapere quanto stessero vendendo I miserabili (1862) e mandò all’editore un telegramma di un solo carattere: «?». Il libro aveva già venduto seimila copie, così l’editore potè rispondere: «!».

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Sull’origine del punto interrogativo, parecchie teorie, nessuna sostenuta da fonti testuali. Prima teoria: viene dall’antico Egitto, la sua forma è quella della coda di gatto. Seconda teoria: è il latino quaestio, abbreviato in qo, con la “q” che, passando il tempo, venne alla fine sovrapposta alla “o”.

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I monaci, alla fine di certe frasi, scrivevano “io”, cioè “gioia” in latino, con la “I” maiuscola e la “o” minuscola. Anche in questo caso, a un certo punto, la “I” finì sopra la “o”. Il punto esclamativo era detto “punto di ammirazione”.

Secondo Elmore Leonard, si dovrebbe adoperare il punto esclamativo non più di una volta ogni centomila parole. Esaminati i suoi scritti, risultò però che Leonard, ogni centomila parole, metteva 49 punti interrogativi.

I latini scrivevano in maiuscolo e senza interporre spazi tra una parola e l’altra.

«il mio lavoro consiste nell’abbattere la punteggiatura con cui i tipografi correggono la mia punteggiatura e nel restaurare la mia» (Mark Twain).

Henry Denham, nel 1580, propose il punto interrogativo capovolto, con cui si sarebbero segnalate le domande retoriche. Non ebbe alcun seguito.

@

Il primo utilizzo della chiocciola si trova in una lettera del 1536 di Francesco Lapi, mercante fiorentino, in cui la @ era adoperata nel senso di “amphorae”, unità di misura relativa alle anfore di terracotta in cui venivano trasportati vino, grano e spezie. In seguito i commercianti la utilizzarono come simbolo di “prezzo”: “15 mele @ 15 centesimi”.

#

Il cancelletto (o hashtag) origina dall’abbreviazione medievale “lb” per “libra pondo”, un’unità di peso. Senonché “lb” si leggeva troppo spesso “16” e di conseguenza, nel XIV secolo, si ricorse a una linea che attraversava le due lettere, e questo segno, nel tempo, si trasformò nel moderno #.

Il simbolo divenne popolare negli anni ’60 quando venne utilizzato dalla Bell Laboratories per agire da tasto di funzione nelle tastiere dei telefoni. A quei tempi il cancelletto non aveva un significato specifico, ma venne selezionato perché era un simbolo familiare e già incorporato nelle tastiere delle macchine da scrivere.

Per risolvere il problema di capire come separare idee o demarcare la fine di un pensiero, alcuni monaci iniziarono ad utilizzare 3 punti (due sotto e uno sopra) per indicare la fine di una frase. Fu Isidoro di Siviglia (560-636) a popolarizzare il punto unico, anche noto come distinctio finalis.

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La virgola fu inizialmente utilizzata per aiutare la lettura ad alta voce di testi religiosi. Gli scribi piazzavano un punto sopra la parola per indicare dove il lettore avrebbe dovuto respirare. Nel XII secolo Boncompagno da Signa ricorse, per questo stesso scopo, a una barra obliqua. Con la nascita della stampa parecchi simboli concorsero alla gara per rappresentare la virgola. William Caxton, creatore della prima stampa in Inghilterra, inclinò leggermente la barra obliqua di Boncompagno. Ma Aldo Manuzio, il grande veneziano, ebbe l’idea definitiva: una piccola onda verticale. Vittoria completa, la virgola come noi la conosciamo apparve sulle stampe inglesi già nel 1520.

(Notizie tratte da Claire Cock-Starkey Hyphens & Hashtags Bodleian Library, Oxford, 192 pagine )

Amori

«La specie umana è a rischio. Se non invertiamo la tendenza, entro il 2045 il mondo sarà infertile, il che significa che sarà impossibile fare bambini senza l’ausilio della fecondazione in vitro o di altre tecnologie riproduttive artificiali. Sta facendo discutere, in America, la tesi di Count Down, il libro della professoressa di medicina ambientale e salute pubblica presso il Mont Sinai di New York City, Shanna Swan: “Se si segue la curva della meta-analisi del declino dello sperma dal 2017”, ha dichiarato al Guardian, «si prevede che entro il 2045 avremo un conteggio mediano degli spermatozoi pari a zero. È speculativo estrapolare, ma non ci sono prove che il declino si stia riducendo. Ciò significa che la maggior parte delle coppie potrebbe dover utilizzare la riproduzione assistita”. Numeri che fanno paura, e che negli Stati Uniti – dove le regolamentazioni sono minime e dove il mondo della infertilità è quasi un far west – sono già realtà. Secondo l’American Pregnancy Association una coppia su otto incontra problemi dovuti alla fertilità, e il 33 per cento degli americani si è affidata a una qualche forma di tecnologia riproduttiva o conosce qualcuno che l’ha fatto» [Siri, Specchio].

Non si sa quasi niente della vita sentimentale di Vladimir Putin. Nel 2008 il giornale Moskovskij Korrespondent scrisse di un imminente matrimonio tra il presidente e la ex ginnasta Alina Kabayeva, e pochi giorni dopo le pubblicazioni vennero sospese. Si dice che le nozze siano effettivamente avvenute, in segreto, e che lei gli abbia dato tre figli. Di certo sappiamo che la donna, da semplice atleta, ha fatto una carriera prodigiosa, e ora è a capo della holding che controlla alcune delle principali reti televisive russe. La ex moglie di Putin, Lyudmila, madre delle sue due figlie, si sarebbe invece risposata con un imprenditore che ha vent’anni meno di lei, e vivrebbe in una specie di castello a Biarritz, in Francia [CdS].

BUSTE PAGA

«Sarà l’Europeo più ricco di sempre, nonostante la crisi pandemica che ha costretto l’Uefa a tagliare il montepremi addirittura dell’11%: secondo i piani originari le 24 partecipanti si sarebbero dovute spartire 371 milioni, invece alla fine saranno 331. A Francia 2016 il bottino complessivo si era fermato a 301 milioni. Chi vince, porta a casa circa 30 milioni, (quasi) come una qualificazione in Champions per le nostre italiane. Ogni squadra qualificata incassa 9,25 milioni. Da lì in poi la regola è semplice: più vai avanti, più guadagni. Nei gironi eliminatori una vittoria vale un milione, un pareggio 500mila. Nella fase a eliminazione diretta la posta in palio aumenta: gli ottavi portano 1,5 milioni, i quarti 2,5, le semifinali 4. Chi arriva in finale incassa altri 5 milioni, chi vince ne prende altri 3. Il calcolo è presto fatto: se vinci tutte le partite, dalla prima all’ultima, porti a casa 28,25 milioni. Ma Euro 2021 sarà un affare anche (anzi: soprattutto) per la Uefa: la stima del fatturato finale è superiore ai 2 miliardi di euro.

Secondo le aspettative, si punta a registrare un utile netto superiore agli 847 milioni dell’edizione di Francia 2016. Merito della crescita di diritti televisivi e merchandising, che hanno coperto almeno in parte il mancato incasso dei biglietti da stadio. L’Uefa ha scelto di non modificare il brand mantenendo la dicitura Euro 2020 per una questione d’immagine, ma serve anche per salvare i gadget già prodotti un anno fa.

Questi i conti del calcio vero. Poi ci sono anche i videogiochi, campo virtuale dove però i quattrini (reali) non mancano. Fra 8 e 10 luglio a Londra si tiene (dal vivo) la fase finale dell’eEuro 2021, la seconda edizione del torneo di efootball che vede in gara le 55 federazioni. Il montepremi? Ben 100mila euro. L’anno scorso ha vinto l’Italia. È solo un videogame, ok, ma se fosse di buon auspicio?» [CdS].

Il movimento Black Lives Matter, nato da un hashtag lanciato dall’attivista Alicia Garza nel 2013 – quando l’assassino del diciassettenne afroamericano Trayvon Martin fu rimesso in libertà – dopo il video della morte di George Floyd, è riuscito a portare in 4700 piazze d’America circa 25 milioni di persone, a far eleggere un proprio attivista come sindaco di St. Louis e a ottenere dalla città di Chicago il taglio dei fondi per la polizia. Solo nel 2020 sul movimento sono piovute donazioni per almeno 90 milioni di dollari, tanto da rendere necessaria la creazione di una no profit, la Black Lives Matter Global Network Foundation. Ora però alcuni attivisti e alcuni familiari delle vittime accusano la Foundation di non aver mai dettagliato le spese fatte col denaro raccolto. Per niente soddisfatti dai conti sommari secondo cui in cassa sono rimasti 60 milioni di dollari mentre 8,4 milioni sono andati via in “spese tecniche” e 21,7 distribuiti a organizzazioni benefiche non specificate. Anche perché, nel frattempo, un’inchiesta del tabloid conservatore New York Post ha accusato la presidente della Fondazione, Patrisse Cullors, di aver speso milioni nell’acquisto di quattro ville [Lombardi, Rep].

«Una moneta da 18,9 milioni di dollari. È la cifra record a cui è stata battuta all’asta da Sotheby’s a New York una “Double Eagle”(doppia aquila), una delle monete d’oro più preziose della storia degli Stati Uniti e coniata nel 1933. Dal valore nominale di 20 dollari, raffigura sul diritto il simbolo della Libertà personificata, mentre sul rovescio un’aquila in volo. Fu disegnata dallo scultore Augustus Saint-Gaudens ed è considerata una delle massime opere d’arte della numismatica statunitense.

Come spiega Sotheby’s, la moneta fa parte di una serie mai entrata in commercio, i cui esemplari furono restituiti al governo americano per essere fusi. Se ne salvò solo una manciata, custodita gelosamente da alcuni collezionisti nonostante il divieto da parte del governo. Nel 1944 i servizi segreti ne dichiararono illegale il possesso, mobilitando intere squadre di ricerca per il ritrovamento delle monete scomparse. Le recuperarono tutte, tranne una, ormai all’estero. L’esemplare venduto martedì era stato infatti acquistato dal re d’Egitto Faruk per 1.600 dollari proprio nel 1944. Dopo lunghe peripezie, la moneta è tornata in America fino ad arrivare nelle mani del designer di scarpe Stuart Weitzman, che l’ha portata all’asta di Sotheby’s» [Tag43].

Nel 2020 in Italia la spesa media delle famiglie è stata di 2.328 euro mensili, in calo del 9% rispetto al 2019. I calcoli sono dell’Istat. È la contrazione più accentuata dal 1997 (inizio della serie storica), che riporta il dato medio di spesa corrente al livello del 2000.

«A Camugnano, sull’appennino bolognese, ci sono 10 ettari di terreno dove si possono allevare agnelli e bovini, e dove si può fare il formaggio. È la quarta volta che questo terreno va all’asta: il suo prezzo originario è stato ribassato prima del 25%, poi di un ulteriore 25%, e ora sono ammesse anche le offerte a ribasso. Il prezzo di partenza sono poco più di 22mila euro. Chi ha meno di 41 anni può pagare a rate, con un piano di ammortamento fino a 30 anni.

Si è aperto a mezzogiorno di ieri, e si chiuderà il 7 di settembre, il quarto bando d’asta dei terreni dell’Ismea: l’azienda agricola di Camugnano è solo una delle 624 imprese agricole che andranno all’incanto – il 70% dei terreni si trova nel Mezzogiorno – per un totale di oltre 16mila ettari e un ricavo atteso di 255 milioni di euro. Molte le novità di questa edizione 2021 della Banca nazionale delle Terre, che mira a reimmettere dentro il ciclo economico i terreni frutto di operazioni fondiarie non andate a buon fine» [Cappellini, Sole].

«Per Unioncamere nel solo mese di giugno ci saranno 560 mila nuovi contratti, meglio che due anni fa, prima della pandemia. E alla fine di agosto si arriverà a 1,3 milioni. Il saldo tra le entrate e uscite, calcola Manpower, è positivo per il 7%. Eppure mai come ora le aziende hanno difficoltà a trovare lavoratori: due anni fa era complicato reperire il 25,6% delle professionalità, adesso siamo al 30,7%. Manpower lo chiama “talent shortage”, e calcola che sia raddoppiato negli ultimi tre anni: ne soffrono anche Paesi come la Francia, la Romania, la Svizzera, il Belgio, molto meno altri come la Cina e gli Usa. E non si tratta solo dei lavoratori che gli operatori del turismo hanno difficoltà a trovare, 150 mila tra fissi e stagionali secondo la Fipe – Confcommercio: mancano saldatori, ingegneri, informatici. E in prospettiva il problema non può che aggravarsi» [Rep].

«In Italia esiste da tempo un problema sia di bassa offerta di competenze: pochi laureati e specializzati. Sia di bassa domanda delle imprese, specie quelle a proprietà e conduzione familiare che non richiedono alte professionalità. E così il 6% dei lavoratori italiani ha competenze insufficienti, il 18% un titolo inferiore rispetto alle mansioni svolte, il 21% sovraqualificato. Mentre un terzo è occupato in settori slegati agli studi svolti. Una tenaglia inasprita dalla pandemia, anche se i numeri per ora non segnalano anomalie. Il dato Istat del primo trimestre parla dell’1% di posti vacanti in Italia, in linea con gli anni passati e sotto la media Ue. C’è un ingolfamento della domanda e l’offerta non segue. I posti offerti spesso non sono l’eldorado, va detto: incentivi bassi, paghe da studente. Ma il problema sono le trappole della povertà. Il nostro welfare non è disegnato per favorire l’occupazione. Chi prende il Reddito di cittadinanza può mantenere una fetta del sussidio – il 20% – per un certo tempo, anche se trova un lavoro. Chi è in Cassa integrazione non può invece lavorare: vietato per legge. Questo non accade in Francia, ma neanche in Germania e Regno Unito dove il cumulo è consentito anche per disincentivare divano e nero. C’è il lavoratore pigro e lo stakanovista. Mi limito a valutare gli incentivi esistenti in Italia e credo vadano ridisegnati. Introducendo ad esempio il sussidio-premio per chi lavora. Un’integrazione per contrastare i bassi salari e il rischio di diventare working poor, lavoratore povero. E allo stesso tempo il lavoro nero. Gli economisti lo chiamano “in-work benefit”. Potrebbe funzionare anche in vista di una ripresa italiana post-pandemica a basso valore aggiunto, fatta di lavoretti: poche ore, salari al margine e alto rischio di scivolare in povertà» [Andrea Garnero, economista Ocse, A, Rep].

«Altre tremila assunzioni entro la fine dell’anno. Si cercano neolaureati per le posizioni di brand specialist o account manager nel marketing così da supportare i produttori, i brand e le piccole e medie aziende italiane a migliorare le loro performance nel commercio online. Poi ci sono posti in finanza e nella ricerca sulle tecnologie del futuro. E infine il core business: la logistica. Molte assunzioni riguarderanno attività per le quali non è richiesta una specializzazione o un percorso di studi apposito, parliamo del prelievo della merce, dell’imballaggio fino alla spedizione. Saranno tutte assunzioni a tempo indeterminato.

È il “piano Italia” di Amazon che accelera con l’esplosione dell’e-commerce in tempo di Covid, e prevede 350 milioni di investimenti. Alla fine dell’anno nelle cinquanta sedi sparse in tutto il territorio italiano Amazon conterà oltre 12.500 dipendenti contro 9.500 di fine 2020, e i mille di inizio attività in Italia. «Negli ultimi dieci anni, Amazon è diventata uno dei più importanti creatori di posti di lavoro in Italia», ha precisato Stefano Perego, Vp Europe Customer Fulfillment di Amazon. In autunno apriranno nuovi centri in Lombardia, Emilia-Romagna e Piemonte. In particolare sono previsti due centri di distribuzione a Novara e Cividate al Piano (Bergamo), un centro di smistamento a Spilamberto (Modena) e 11 depositi di smistamento in Piemonte, Trentino-AltoAdige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Umbria e Marche» [Mess].

Le tasse dei ricchi

di Anna Lombardi

la Repubblica

New York. I super ricchi sono sempre più ricchi, lo diceva pure l’ultimo dossier sulle disuguaglianze pubblicato da Oxfam. Ma negli Stati Uniti contano su un aiutino in più: le scappatoie offerte dal fisco impegnato a tassare il reddito da lavoro più dei patrimoni. Lo rivela un’inchiesta di ProPublica – nel 2010 il primo sito di giornalismo online a vincere un Pulitzer – con dati ottenuti da una talpa dell’IRS, l’Internal Revenue Service, la locale Agenzia delle Entrate.

I numeri parlano chiaro. I 25 più ricchi d’America, Jeff Bezos di Amazon in testa (e poi Warren Buffett, Mike Bloomberg, Elon Musk, Mark Zuckerberg, Bill Gates e pure quel George Soros da tempo nel mirino dei complottisti) tra 2014 e 2018 hanno pagato cifre ridicole o addirittura nulla sui loro redditi, perché questi ammontano solo a una frazione del loro patrimonio. E questo perché il capital gain sugli investimenti azionari, proprietà immobiliari, yacht (Bezos ne ha appena acquistato uno da 400 milioni di dollari) e altri investimenti, secondo l’attuale sistema non sono riconosciuti come reddito imponibile finché non vengono venduti. Ecco dunque che i 25 Paperoni – lo 0,1 di quell’1% nel mirino dei ragazzi di Occupy Wall Street che dieci anni fa furono i primi a scendere in piazza e chiedere di tassare in maniera più equa anche i ricchi – a fronte di un patrimonio collettivo cresciuto in quegli anni di 401 miliardi di dollari, hanno pagato appena 13,6 miliardi di imposte federali. Pari a un’aliquota fiscale collettiva di circa il 3,4%.

Una spinosa inchiesta, pubblicata a pochi giorni dalla presentazione del piano del presidente Joe Biden, teso ad aumentare dal 37 al 39,6 per cento le tasse alle fasce di reddito più alto. Troppo poco per la senatrice democratica Elizabeth Warren, da tempo paladina di una tassa sulla ricchezza del 2 per cento da applicare a chi possiede beni per un valore complessivo superiore ai 50 milioni di dollari. «Il nostro sistema fiscale privilegia i miliardari e non i lavoratori» ha twittato, rilanciando l’articolo. Ma Biden, e con lui la ministra del Tesoro Janet Yellen, ritengono di «difficile attuazione» una riforma del genere, che troverebbe la ferma opposizione dei repubblicani. Il presidente pensa semmai a destinare 80 miliardi all’Irs per meglio combattere gli evasori. «Paghiamo tutto quello che dobbiamo» alzano le mani i 25 Paperoni rispondendo ai giornalisti di ProPublica. E pazienza se Buffet, Gates e pure Soros, da tempo riconoscono la necessità di pagare più tasse. Finché la legge non cambia, continueranno a risparmiare grazie alla complessa rete di prestiti e deduzioni legali. Così tra 2014 e 2018, Buffet, capo di Berkshire Hathaway, ha pagato 23,7 milioni di dollari di tasse a fronte di una ricchezza di 24,3 miliardi. E Bezos nel 2007 non ha tirato fuori un centesimo nonostante il valore raddoppiato delle sue azioni, perché ha comunicato solo il reddito e non, appunto, il patrimonio. Col paradosso di accumulare, nel 2011, addirittura un credito di 4.000 dollari. Per ora il Dipartimento del Tesoro se la prende però col sito investigativo: «La divulgazione non autorizzata di informazioni governative riservate è illegale, indagheremo» promettono. E intanto i super ricchi, diventano sempre più ricchi.

Anna Lombardi

I container bloccati in Cina

La foto, rubata da un marinaio, mostra decine di navi, in arrivo da tutto il mondo, da giorni in sosta davanti al porto di Yantian, nella Cina meridionale. Si erano dirette lì, centro di smistamento delle merci tra i più avanzati della Cina, per fare il pieno di container. Ma le operazioni sono bloccate, a causa della diffusione della variante Delta (quella indiana) che sta allarmando le autorità sanitarie. Casi di positività al Covid si registrano a Shenzhen, dove oltre al porto di Yantian si trova quello di Shekou, e a Guangzhou, dove c’è il porto di Nansha. I contagi non sono molti, ma la severità dei cinesi nei controlli è ormai nota. Con effetto domino, il blocco del porto di Yantian si è presto riverberato sugli scali cinesi satelliti. E però l’intero sistema mondiale delle consegne comincia a risentire della crisi cinese. Al punto che la situazione sembra più grave rispetto a quella di Suez dello scorso marzo, quando il traffico fu bloccato dall’avaria alla portacontainer Ever Given. In 14 giorni di crisi cinese, non hanno viaggiato circa 357.000 teu (il teu è l’unità di misura del trasporto dei container). La Ever Given a Suez fermò 55.000 teu al giorno, per soli sei giorni.

«Per i container c’è stato un ulteriore aumento dei prezzi del 10% solo nell’ultima settimana, che sulle rotte Asia-Europa li ha spinti al record storico vicino a 10.500 dollari per Feu (Forty-foot equivalent unit). Sono dati di Freightos che certificano livelli sette volte superiori a quelli di un anno fa» [Sole].

Fiat

Atto di nascita della Fiat. Data: 11 luglio 1899. Luogo della firma: sala riunioni del Banco di sconto e sete, in via Alfieri, Torino. Notaio: Ernesto Torretta. Capitale sociale: 800 mila lire, in 4 mila azioni da 200 lire l’una. Soci iniziali: venticinque. Tali Roberto Biscaretti di Ruffia e Emanuele Bricherasio di Cacherano incontrarono un certo Giovanni Agnelli al caffè Burello, all’angolo tra corso Vittorio Emanuele e via Rattazzi, dove si incontravano i venditori di carrozze e i commercianti di cavalli, e lo convinsero a essere della partita [Ezio Mauro La dannazione. 1921. La sinistra divisa all’alba del fascismo Feltrinelli].

Carceri

Le carceri giapponesi sono tra le più pulite, organizzate e sicure del mondo. Ampiamente sotto-occupate (66% della capienza, contro il 136% in Italia) ed il tasso di recidività è bassissimo: 17%. In Italia è del 68%. In compenso, la disciplina al loro interno è ferrea: ai detenuti è vietato parlare tra di loro nei luoghi pubblici e sul lavoro e persino guardare in faccia, diritto negli occhi, le guardie. Vietato, sempre e comunque, fumare, usare telefoni e/o tablet e computer personali, niente tv e giornali, colloqui ridotti al minimo (una volta al mese, 15 minuti, in genere). In compenso, la pena viene vissuta come è previsto che lo sia dalla maggior parte delle moderne Costituzioni: come strumento di riabilitazione in vista del reinserimento sociale del condannato. Il bassissimo tasso di recidività mostra che il sistema funziona» [Mess].

Appelli

Lei ha firmato un appello, insieme ad altri artisti francesi, sul quotidiano “Libération” contro l’estradizione degli ex brigatisti.

«Ciò che penso è scritto lì. Parlarne mi pare sminuisca le cose. Quindici anni fa, quando mi espressi su Marina Petrella, mi sembrò di non avere la giusta capacità di parola per sorreggere i miei pensieri. Mi sono detta che è meglio avere una posizione e sostenerla con azioni concrete, più che con i discorsi. Perciò preferisco non dire niente» [Valeria Bruni Tedeschi, 56 anni, ad Arianna Finos, Rep].

C’è un farmaco contro l’Alzheimer, ma funziona?

Negli Stati Uniti la Food and Drug Administration ha dato il via libera a un farmaco della Biogen chiamato Aducanumab che permetterebbe di combattere l’Alzheimer. Si tratta di un anticorpo monoclonale che, secondo l’azienda, se assunto in via endovenosa con un’iniezione al mese, permetterebbe di rallentare il declino cognitivo dei pazienti che si trovano allo stadio iniziale della malattia. Secondo la commissione indipendente di esperti della Fda, però, non ci sono ancora prove sufficienti per dimostrare che questo nuovo farmaco sia davvero efficace.

Il giovane monsieur Le Pen passa con la Meloni

Nella lotta per la leadership del centrodestra, Giorgia Meloni ha portato via a Matteo Salvini l’eurodeputato Vincenzo Sofo, che entra in Fratelli d’Italia. «Per noi coordinerà la Consulta per il Mediterraneo», ha annunciato la Meloni. Sofo aveva lasciato la Lega già a febbraio, dopo la decisione del Carroccio di entrare nel governo Draghi e aveva aderito al gruppo dei Conservatori europei.

«Trentasei anni, milanese di origini calabresi, Sofo è stato responsabile giovanile de La Destra di Storace nel capoluogo lombardo. Dal 2009 al 2017 ha guidato il think tank IlTalebano.com, avvicinandosi alla Lega Nord, di cui sosteneva la trasformazione in movimento nazionale […] È fidanzato con Marion Maréchal-Le Pen, nipote di Marine Le Pen, che è stata deputata e nel 2014 è stata eletta vicepresidente del Front National, il partito di destra fondato dal nonno Jean Marie Le Pen» [, Rep]

L’Italia lascia l’Afghanistan

Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ieri è volato a Herat per un saluto ai militari italiani che dopo vent’anni lasceranno l’Afghanistan. Gli ultimi paracadutisti della Brigata Folgore al comando del generale Beniamino Vergori torneranno in Italia entro un mese, in anticipo sulla data simbolica dell’11 settembre annunciata dal presidente statunitense Joe Biden. Alla Camp Arena, Guerini ha assistito alla cerimonia dell’ammaina-bandiera insieme al comandante della Nato Austin Miller e al capo di Stato maggiore Enzo Vecciarelli. Poi ha ricordato i 54 militari italiani caduti in Afghanistan: «Non sono morti invano».

«L’ammaina bandiera è una cerimonia mesta, improntata dal basso profilo, nell’hangar semivuoto di un aeroporto semideserto. Fuori l’aria già secca del pomeriggio e la luce accecante dell’incipiente estate afghana. Sulla pista troneggia un gigantesco Ilyushin da trasporto che sta caricando mezzi militari con le bandiere italiane. Ogni tanto arrivano anche gli Antonov, almeno cinque al giorno. Ai bordi della striscia d’asfalto attendono grossi pallet carichi di materiali. Sono le ultime fasi del trasloco» [Cremonesi, CdS].

«In Afghanistan non abbiamo vinto e l’ammaina bandiera ad Herat assomiglia molto ad una sconfitta semi nascosta e mascherata da orgogliosi discorsi ufficiali. La realtà sul terreno è che, nel solo mese di maggio, 26 fra avamposti e basi delle forze di sicurezza afghane, in quattro province, si sono semplicemente arresi ai talebani. Gli insorti jihadisti minacciano 17 dei 34 capoluoghi afghani e sono ben attestati a 50 chilometri da Kabul, nella provincia di Wardak, la porta d’ingresso della capitale. Nel 2014, quando la Nato aveva deciso di passare il testimone della sicurezza agli afghani, nessun capoluogo era sotto tiro. Solo negli ultimi tre anni i talebani hanno conquistato il doppio dei distretti (88) e contestano la presenza governativa in altri 213. Secondo alcune stime gli eredi di mullah Omar controllano già il 60% del territorio a parte le grandi città» [Giornale].

«L’aereo dell’Aeronautica militare italiana atteso alle 9.30 locali ad Herat, con a bordo decine di giornalisti invitati ad assistere alla cerimonia dell’ammaina bandiera per il simbolico fine missione dopo vent’anni, è stato costretto a fare marcia indietro e ad atterrare in Arabia Saudita dal governo degli Emirati Arabi Uniti, che hanno vietato il sorvolo del loro spazio aereo. Se la vendetta è un piatto che si serve freddo, Abu Dhabi ne ha cucinato uno ghiacciato e avvelenato all’Italia, con cui i rapporti sono ormai difficilissimi. Con il volo riprogrammato e allungato, la cerimonia si è potuta tenere solo in formato ridotto e con grande ritardo. Lo schiaffo diplomatico è l’ultimo capitombolo dallo scorso febbraio, quando il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, di fronte alle stragi di civili nello Yemen, estese anche agli Emirati l’embargo alla vendita di armi deciso nei confronti dell’Arabia Saudita » , Rep].

Chiuso il sito che ti spiegava come farla finita

La Procura di Roma ha ordinato di oscurare il sito Sanctioned Suicide, un forum della morte, i cui gestori offrivano via chat consigli dettagliati e personalizzati su come togliersi la vita. La pagina aveva 17 mila iscritti, di tutte le nazionalità. L’inchiesta è scattata dopo il caso di due diciottenni romani, suicidatisi nel febbraio e nel dicembre del 2020. Entrambi, pur non conoscendosi, avevano compiuto gli stessi gesti: si erano recati in un albergo e avevano ingerito una dose letale di nitrito di sodio, una sostanza che si trova comunemente in commercio.

«Nulla era lasciato al caso: venivano dati anche consigli sui medicinali da assumere per evitare di rigettare la sostanza velenosa. “Subito dopo avere preso il salnitro – scrivevano in inglese nelle chat acquisite dalla Procura – ti consigliamo ingerire un farmaco antivomito”. Una delle vittime ha risposto: “Posso mangiare anche un cioccolatino?”. Poi c’era l’indicazione sulla dieta da seguire il giorno prima di ingoiare il veleno. Uno dei due diciottenni si era pentito all’ultimo momento e aveva chiamato il 112. Ma i paramedici non erano arrivati in tempo» [Mess].

Dodici neonazisti preparavano attentati

Dodici persone, residenti a Roma, Cagliari, Cosenza, Frosinone, Latina, L’Aquila, Milano e Sassari, che si tenevano in contatto grazie a internet, sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alla propaganda e all’istigazione per motivi di discriminazione etnico e religiosa. Tra loro, ci sono pure Francesca Rizzi, 38 anni, detta Miss Hitler, nota per essersi tatuata sulla schiena un’aquila nazista, e un carabiniere romano, Remo Governatori, immediatamente sospeso dal servizio.

Il loro gruppo si chiamava «Ordine Ario Romano». Avevano due pagine Facebook, una community su Vk e un gruppo WhatsApp denominato «Judenfreie Liga». Sembra stessero progettando di costruire ordigni artigianali per un attacco terroristico contro una struttura della Nato.

Indagati i magistrati che avevano portato in tribunale l’Eni

Il procuratore aggiunto di Milano Fabio De Pasquale e il pm Sergio Spadaro sono indagati dalla Procura di Brescia con l’ipotesi di rifiuto d’atti d’ufficio: «hanno nascosto atti su un teste corrotto». È l’ultimo strascico del processo sulla presunta tangente pagata dalla compagnia petrolifera italiana Eni alla Nigeria. Il processo, nel quale erano imputati Paolo Scaroni e Claudio Descalzi, ex e attuale amministratore delegato della compagnia petrolifera, si era concluso a marzo con l’assoluzione piena di tutti gli imputati. Nelle motivazioni dell’assoluzione, depositate dai giudici del Tribunale di Milano mercoledì, si legge che «risulta incomprensibile la scelta del Pubblico Ministero di non depositare fra gli atti del procedimento un documento che reca straordinari elementi a favore degli imputati». I giudici si riferiscono a un video registrato di nascosto in cui l’ex manager di Eni Vincenzo Armanna, imputato nel processo e testimone sulle cui dichiarazioni si era basata buona parte dell’accusa della Procura, parla con l’avvocato Piero Amara, ex legale di Eni. Nel video, secondo i giudici, emergerebbe l’intenzione di Armanna di «ricattare i vertici della società petrolifera» e si preannuncia l’intenzione di rivolgersi ai pm milanesi per far arrivare «una valanga di merda» e «un avviso di garanzia» ad alcuni dirigenti della società. Il pm De Pasquale avrebbe commentato, a proposito del video: «Non mi pareva così importante». La Procura di Brescia, nel dare inizio alla procedura, ha disposto una perquisizione informatica nella Procura di Milano e sequestrato tutte le comunicazioni mail nei computer del procuratore aggiunto Fabio De Pasquale e del pm Sergio Spadaro. In serata, a difesa del capo del pool Affari Internazionali (De Pasquale), e del pm Spadaro appena divenuto uno dei 20 delegati italiani della neonata Procura Europea antifrode, «il Procuratore» dirama un comunicato (diversamente dal solito senza firma e senza nome stampato), in cui Francesco Greco scrive che l’indagine bresciana «è atto dovuto che merita rispetto istituzionale, tanto quanto l’assoluta professionalità dei Colleghi. È già stata consegnata alla Procura di Brescia una nota, inviata a questo Procuratore il 5 marzo 2021»

Bella ciao

di Ferdinando Camon

La Stampa

Parte l’idea che “Bella ciao” venga cantata il 25 aprile dopo l’Inno di Mameli. La trovo una bella idea. A noi italiani non può fare che del bene. Per me, “Bella ciao” non dovrebbe seguire all’Inno di Mameli, dovrebbe sostituirlo. “Bella ciao” ha un merito che nessun altro canto nazionale italiano ha, tanto meno l’Inno di Mameli: è mnemonica. Mani e piedi (e spalle) ti si muovono spontaneamente. È facile da ricordare, sembra fatta apposta per essere cantata dalla massa, anche dagli stranieri. Se la proposta di suonare e cantare l’Inno di Mameli e “Bella ciao” una dopo l’altro, in visione mondiale il 25 aprile, andrà in porto, noi vedremo la massa degli ascoltatori agitarsi e partecipare e muovere le mani soprattutto quando comincerà “Bella ciao”.

“Bella ciao” è trascinante. L’Inno di Mameli è gelido, cerebrale e astruso: pochi di quelli che lo cantano sanno veramente cosa voglia dire “dov’è la Vittoria – le porga la chioma”, e un giorno in cui la banda dei carabinieri in alta uniforme eseguiva l’Inno tenendo il testo aperto e visibile sopra gli strumenti, un giornale maligno fotografò la pagina aperta e tutti potemmo vedere che il testo diceva “stringiamoci a corte” invece che “a coorte”, come se noi non fossimo un popolo pronto a combattere e morire per la patria formando una coorte militare, ma una cerchia di camerieri e servitori nella corte di un padrone-re che ci stipendia e ci mantiene. Suonare l’inno nazionale è un atto che ha in sé qualcosa di mistico, tu con quell’atto unifichi il tuo popolo, lo chiami a raccolta, ne fai un blocco spirituale.

Non solo il tuo popolo di adesso, ma anche quello di ieri e quello di domani. Ho letto che nel rito sacro della messa se il prete, riferendosi a Cristo, dice “Id” invece di “Is”, cioè usa il neutro invece del maschile, l’intera messa non è più valida. Non mi stupirei se fosse così. Per la stessa ragione in una cerimonia nazionale, in cui si celebra la patria, se un carabiniere in alta uniforme suona “a corte” invece che “a coorte”, l’intera cerimonia dovrebbe essere invalidata. Il fatto è che il nostro inno nazionale è invecchiato, e noi non lo comprendiamo più. Non ci rappresenta. Non dice niente a nessuno.

Se nel 25 aprile, che è la nostra festa nazionale più popolare, gli affiancassimo “Bella ciao”, daremmo alla festa quel tono popolare e partecipato che adesso non ha e che deve avere. “Bella ciao” è internazionale. L’hanno cantata perfino i turchi, in una contestazione a Erdogan, e sentirla cantata tra i minareti faceva una certa impressione. Per di più davanti a un leader controverso, che fa parte della Nato, ma dalla prima riunione della Nato tornò perplesso, bofonchiando tra sé: “Mah, un club di cristiani!”. “Bella ciao” non è un inno terrificante e sterminatore, è una canzone che parte da una sconfitta, ci svegliamo e intorno a noi vediamo l’invasore: purtroppo così è andata, per noi Italia, per noi Europa, per noi Occidente, avevamo perso prima di combattere. Il che significa che dovevamo combattere prima. È questo che ci ricorda “Bella ciao”. E adesso quand’è che dobbiamo combattere, per non cadere sotto l’invasore? Oggi

Philip Roth

«La natura di Philip Roth era divisa in tre parti contrastanti: l’uomo che vive in isolamento alla ricerca della sua arte, il libertino per nulla pio che cerca di sbarazzarsi pezzo dopo pezzo del bravo ragazzo ebreo, e ovviamente anche il bravo ragazzo ebreo» [Blake Bailey, 57 anni, biografo di Roth, Rep].

Primitivi

Jared Diamond, autore di Collasso e soprattutto di Armi, acciaio e malattie, pensa che l’uomo migliore della storia sia stato quello del neolitico. Lo sa perché ha conosciuto di persona gli indigeni della Nuova Guinea, che vivono come se fossimo ancora nell’età della pietra. «Sono persone formidabili sotto molti aspetti, anche se per altri noi abbiamo certi vantaggi rispetto a loro: viviamo più a lungo, abbiamo accesso a conoscenza di gran lunga più vaste, ma loro hanno maggiori competenze sociali. Noi abbiamo perso l’abitudine di guardare le persone in faccia e leggerne il linguaggio del corpo. Io stesso sono sconvolto dalla limitatezza delle competenze sociali dei giovani d’oggi. Penso ai miei figli, che ormai comunicano solo attraverso questi dispositivi. Gli uomini del Neolitico hanno maggiori competenze sociali, più vigilanza nei confronti dei pericoli, più attenzione nel pensare, più capacità di raccontare storie e vita sociale più ricca. Ciò nonostante, io sono contento di vivere negli Stati Uniti, perché se fossi vissuto in Nuova Guinea sarei già morto da 40 anni» [a Marco Aime, Sta].

Mister

Mourinho dice che l’Italia arriverà tra le prime quattro all’Europeo.

«Mourinho la sa sempre lunga…».

C’è ruggine, ancora?

«Ma no, siamo amici. Vi ricordate quando fui esonerato al Leicester? Si presentò in conferenza con la felpa con le mie iniziali, fu una cosa speciale».

Special one, lo è ancora?

«Certo, perché, avete dubbi?».

Ultimamente, qualche colpo sembra averlo perso…

«Ma non scherziamo. Lui è un mago» [Claudio Ranieri, 69 anni, Mess].

Tasse

di Umberto Mancini e Michele Di Branco D

Il Messaggero

ROMA Parola d’ordine: accorciare i tempi. Cinque anni per riscuotere e poi basta: se il fisco non sarà stato in grado di farsi pagare, nel giro di 60 mesi, le cartelle esattoriali finiranno al macero. Governo pronto a mandare in pensione l’epoca dell’eterna caccia ai morosi. Ci sono 160 milioni di cartelle ancora in ballo e l’80% si riferisce al periodo 2000-2015. Tra i 18 milioni di italiani cui il fisco dà la caccia (quasi mille i miliardi da recuperare) la maggior parte è chiamata in causa per multe, contributi, imposte e gabelle non pagate che si riferiscono a tempi ormai antichissimi.

LE TAPPE L’esecutivo vuole darci un taglio e con la nuova riforma della riscossione (le due precedenti, quella del 1999 e quella successiva del 2006, con la nascita della contestatissima Equitalia e la riconduzione in mano pubblica del recupero coattivo delle tasse non pagate hanno dato qualche risultato) punta a cancellare il problema dei problemi: la montagna di arretrati. Se con il decreto Sostegni si è arrivati al condono (come ha ammesso senza mezzi termini Mario Draghi) è perché, appunto, la riscossione delle tasse resta un flop. «È chiaro che sulle cartelle lo Stato non ha funzionato, uno Stato che ha permesso l’accumulo di milioni e milioni di cartelle che non si possono esigere: bisogna cambiare qualcosa» ha spiegato il premier. È il manifesto di una sconfitta. Il ministero dell’Economia sta preparando una riforma da sottoporre nelle sue linee generali al Parlamento con una relazione, che presto il ministro Daniele Franco renderà nota, che indichi «i criteri per procedere alla revisione del meccanismo di controllo e di discarico dei crediti non riscossi». Il sistema, citando le parole utilizzate in audizione parlamentare dal direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, non funziona in quanto, ad esempio, «per i contribuenti che non estinguono il debito, a seguito della notifica della cartella o dell’avviso, è necessario avviare le attività di recupero all’interno di un quadro normativo che si presenta macchinoso ed impone lo svolgimento di attività pressoché indistinte per tutte le tipologie di credito iscritte a ruolo, non potendo modulare l’azione di recupero secondo principi di efficienza ed efficacia. E questo condiziona la possibilità di migliorare i risultati di riscossione». Inoltre, le norme a tutela del contribuente (come l’impignorabilità della prima casa), inibiscono o limitano le azioni di recupero. In sostanza, da una parte le leggi sono eccessivamente garantiste e dall’altra impongono all’amministrazione di perseguire tutti i crediti, magari per anni e per pochi spiccioli da incassare, senza alcuna logica di convenienza finanziaria. E questo, nei piani degli uomini del fisco, deve cambiare.

LE CIFRE IN GIOCO Tanto più che il volume degli incassi complessivi da riscossione stimati per l’anno 2020 risulta pari a 6,4 miliardi di euro. Davvero poco. Secondo l’Agenzia delle Entrate, lo Stato deve ridurre drasticamente i termini di esigibilità dei crediti. Lo scorso anno i termini sono stati ulteriormente prorogati e le prime comunicazioni di inesigibilità saranno trasmesse entro il 31 dicembre 2023 per i ruoli consegnati nell’anno 2018, mentre i crediti più antichi, la cui speranza di riscossione è assai remota, rimarranno ancora molti anni all’interno del magazzino. Norme alla mano, I crediti affidati nell’anno 2000, quindi 20 anni fa, saranno definitivamente rendicontati e cancellati solamente tra 22 anni.

LO SCOPO Per questa ragione si pensa, appunto, ad imporre all’agente della riscossione un termine preciso: 5 anni. Vale a dire 60 mesi di tempo tra la consegna della pretesa esattoriale da parte dell’ente impositore (Agenzia delle entrate, Inps e comuni) nelle mani del fisco e l’incasso. Trascorso quel periodo senza effetti la cartella esattoriale viene cancellata. «La revisione dell’attuale meccanismo dell’inesigibilità spiega una fonte impegnata sul dossier determinerebbe la possibilità di pianificare meglio l’attività di riscossione e di ottimizzare, in relazione ai mezzi a disposizione, i risultati dell’azione che sono condizionati dal dover svolgere azioni di recupero che, troppo spesso, assumono carattere solo formale». Traduzione: azione concentrata sugli importi più rilevanti. Per andare a colpo sicuro e recuperare gettito.

Michele Di Branco Umberto Mancini

di Nicola Dario

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