
Dire basta ad una relazione violenta è un percorso ad ostacoli: sia visibili, di carattere sociale, che invisibili e prettamente psicologici.
“La fuoriuscita da una relazione violenta è un processo raramente lineare. Costa di fasi preparatorie, momentanee interruzioni, passi indietro, ripensamenti, sensi di colpa, tentativi falliti. Comincia molto prima dell’allontanamento da casa e prosegue per molto tempo dopo la separazione dal partner violento.” Ce lo spiega la dott.ssa Benedetta Rizzi, consulente presso il Centro Antiviolenza Aurora di Piedimonte Matese, attiva nei progetti dell’associazione e cooperativa Spazio Donna.
È un percorso ad ostacoli. Alcuni interni. Altri esterni, di carattere sociale. “I fattori socio ambientali, infatti, hanno un peso specifico molto alto. Possono sia facilitare che ostacolare le donne nel loro percorso di liberazione. Possono giocare, infatti, un ruolo supporto o, viceversa, di accusa e giudizio.”
Precondizione per porre fine ad una relazione violenta è una fortissima volontà. La vittima attraversa una fase di valutazioni che culmina nella decisione di lasciare il partner. “Chiunque di noi subisca atti violenti è portato a chiedersi perché sia accaduto proprio a sé. È indotto, cioè, a cercare spiegazioni razionali che siano rassicuranti sulla possibilità di poter impedire che questo si ripeta nel futuro. Ciò consente alla vittima di recuperare una percezione di controllo sul mondo e sugli eventi.”
Il tenore delle spiegazioni esercita un’influenza determinante sulla scelta di terminare la relazione. “È, infatti, più probabile che decida di lasciare il partner la donna che si dà una spiegazione in termini di attribuzione interna al partner, globale e stabile. Lo stesso quando riterrà che le cause della violenza risiedano in caratteristiche strutturali di personalità o di scelte comportamentali del partner sulle quali non ha potere né controllo e che non sono modificabili dall’esterno.”
Diverso il caso in cui la violenza è ascritta ad un fattore esterno. “Ad esempio, quando la donna giustifica la violenza dicendo a sé stessa che il partner attraversa un momento difficile, ha perso il lavoro, ha litigato con qualcuno, i bambini gli hanno rotto il telefono, la cena non era pronta ed era molto affamato…”
Lo stesso si verifica quando la donna imputa a sé stessa la colpa dell’episodio violento. In tal caso “la donna si convincerà che la violenza possa cessare nel momento in cui determinate condizioni esterne cambieranno o se lei sarà più brava a comportarsi bene e più attenta a non sbagliare. Questo le renderà molto più difficile decidere di andarsene”.
Ulteriore fattore rilevante è il dolore che si prova nell’ammettere l’impossibilità di far funzionare il matrimonio. “Spesso è più facile investire ancora più energie, tempo e sopportazione, seppur contro ogni logica, che arrendersi e ammettere che la situazione sia insostenibile e che debbano pensare a salvare sé stesse e i propri figli.”
Le sfide di carattere sociale
Una donna che scelga di lasciare il partner violento è chiamata ad affrontare plurime difficoltà, spesso in solitudine. Ragion per cui “è necessario, innanzitutto, trovare un luogo e un sostegno che permettano alla donna di sentirsi al sicuro e di sapere che lei e i propri figli non si troveranno allo sbaraglio”.
Il suo percorso di liberazione potrebbe essere, come spesso accade, osteggiato dal partener. Quest’ultimo, infatti, “può mettere in atto violenze, minacce, comportamenti persecutori. Tutto per cercare di convincerla a tornare”.
La donna si trova, inoltre, sottoposta a una lunga serie di situazioni stressanti. Le difficoltà che incontra “possono scatenare o aumentare uno stato depressivo e la percezione di non essere in grado di farcela da sola”.
Si pensi all’esigenza di trovare un lavoro compatibile con il dover crescere autonomamente i propri figli. Ancora, trovare una nuova casa economicamente sostenibile che accolga adeguatamente lei e i propri figli. Non da ultimo affrontare la causa di separazione, il tribunale dei minori e le questioni concernenti l’affidamento dei figli.
Inoltre, si pensi all’enorme impatto emotivo che esercita il procedimento penale. Le vittime, infatti, trascinano “un bagaglio di sensi di colpa al pensiero di poter rovinare la vita, la carriera o l’immagine del partner a seguito di una condanna”.
Non meno complicato ricomporre i pezzi delle altre relazioni sociali: “Ricostruire l’immagine di sé, ricreare una rete di amicizie, ricucire i rapporti (anche con le famiglie di origine) che l’isolamento forzato aveva distrutto. Infine, sostenere il giudizio delle persone vicine.”
Interrompere la relazione e riprendere il controllo, sia pur parziale, della propria vita non basta. Il pericolo che la vittima ritorni sui propri passi è, infatti, dietro l’angolo. “Le ricerche evidenziano come nei primi sei mesi dopo la separazione vi sia il massimo di vulnerabilità, di tentazione a tornare sui propri passi.”
Per la vittima è vitale non arrendersi dinanzi alle difficoltà e resistere. “I sintomi legati al trauma, come disturbi del sonno e depressione, tendono, infatti, a diminuire nel tempo in misura proporzionale all’aumento del senso di autoefficacia. Dopo circa un anno dall’interruzione della relazione violenta i livelli di autoefficacia e di sicurezza in sé sono, generalmente, tali da rendere minima la tentazione e il rischio di tornare sui propri passi.”
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