
Con l’ordinanza n. 10039/2022, la Corte di Cassazione ha stabilito che in caso di disdetta di un’utenza telefonica non sono dovute le spese di disattivazione.
La vicenda prende le mosse dal ricorso al Giudice di Pace da parte di un utente che, a seguito di disdetta della linea telefonica, si vedeva addebitare, da parte di un noto gestore di telefonia, la somma di 35,18 euro a titolo di costi di disattivazione. Le doglianze dell’utente venivano accolte sia in primo che in secondo grado. La compagnia telefonica ricorreva per Cassazione asserendo che relativamente alle condizioni di contratto, non spetta all’operatore accertare che l’utente abbia conoscenza delle clausole contrattuali che sono facilmente reperibili dal sito internet della compagnia stessa. Osservava, inoltre, che la clausola relativa al pagamento delle spese di disattivazione non doveva essere approvata per iscritto perché non vessatoria.
Di contrario parere sono stati i Giudici della Suprema Corte, i quali, hanno stabilito che se l’utente non sottoscrive alcuna clausola contrattuale che prevede l’addebito dei costi per la cessazione dell’utenza, nulla deve in caso di disdetta. Ma non si sono fermati qui, visto che hanno anche condannato la compagnia per aver esercitato il diritto di azione con modalità antigiuridiche, e per aver appesantito il carico degli uffici giudiziari.
In sintesi, visto che ormai la maggior parte dei contratti si concludono con modalità a distanza, onde evitare di cadere in eventuali trappole, è opportuno dedicare qualche minuto alla lettura delle clausole contrattuali che molto spesso si accettano con una semplice spunta di una casella, senza prima averle attentamente esaminate.
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