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Ecomafia: un virus che non si arresta né conosce crisi

Redazione Informare
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28 aprile 20217 min di lettura

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Legambiente ha pubblicato il rapporto sull’Ecomafia relativo all’anno 2020. Un altro “virus” invisibile da debellare

C’è un virus da combattere che dura da decenni. Il “virus” dell’ecomafia che non si arresta né conosce crisi. Negli ultimi dieci anni in Campania sono 44.179 i reati contro l’ambiente, con 39.176 persone denunciate e arrestate e 12.580 sequestri effettuati. La maggior parte dei reati sono concentrati nella Provincia di Napoli e Salerno, in particolar modo in questi ultimi dieci anni, il 38% dei reati contro l’ambienti pari 16.739 sono concentrati nell’area metropolitana napoletana mentre il 28% pari 12.261 nella provincia salernitana. In Campania nel 2019 sono stati 5.549 reati accertati di illegalità ambientale + 44% rispetto lo scorso anno. Per trovare un numero così alto di reati dobbiamo ritornare al 2011 quanto i reati furono 5327. In questi anni a spartirsi la torta, insieme ad imprenditori, funzionari e amministratori pubblici collusi, sono stati 90 clan attivi in tutte le filiere analizzate da Legambiente: dal ciclo del cemento a quello dei rifiuti, dai traffici di animali fino allo sfruttamento delle energie rinnovabili e alla distorsione dell’economia circolare. È questa la fotografia della Campania scattata dal Rapporto Ecomafia 2020. Le storie e i numeri della criminalità ambientale in Italia, realizzato da Legambiente, che ha analizzato i dati frutto dell’intensa attività svolta da forze dell’ordine, Capitanerie di porto, magistratura, insieme al lavoro del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, nato dalla sinergia tra Ispra e Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente, e dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli.

Immagine articolo
“I numeri e le storie raccolte nel rapporto – dichiara Mariateresa Imparato, presidente Legambiente Campania – dimostrano inequivocabilmente come il crimine ambientale sia essenzialmente un crimine d’impresa. Se le mafie continuano a essere una minaccia per l’ambiente e gli ecosistemi, una parte rilevante la giocano, come sempre, imprese, imprenditori e professionisti spregiudicati e senza scrupoli e pubblici dipendenti infedeli avvinti dalla corruzione. I nuovi strumenti di repressione garantiti dalla legge 68 del 2015, che siamo riusciti a far approvare dal Parlamento dopo 21 anni di lavoro, stanno mostrando tutta la loro validità sia sul fronte repressivo sia su quello della prevenzione. Non bisogna però abbassare la guardia, perché le ecomafie in questo periodo di pandemia si stanno muovendo e sfruttano proprio la crisi economica e sociale per estendere ancora di più la loro presenza. È urgente affiancare alla risposta giudiziaria, una risposta politica-istituzionale ancora troppo carente. Siamo ancora in attesa che inizi concretamente con tempi e regole certe la bonifica del territorio, di azioni concrete per la chiusura del ciclo integrato dei rifiuti che fermino quei “tour” che da sempre alimentano le ecomafie. Così come siamo in attesa delle ruspe per abbattere il cemento illegale, una delle ferite aperte della nostra regione alimentata da una classe politica che continua a proporre condoni per meri calcoli elettorali o perché, in molti casi, è direttamente coinvolta in questi fenomeni. La lotta all’ ecomafia deve diventare la vera priorità per la Campania”.

L’efficacia degli anticorpi – Oltre alle denunce dei cittadini, alle attività svolte da forze dell’ordine, Capitanerie di porto e magistratura, si conferma la validità di provvedimenti legislativi, spesso faticosamente approvati, come la legge sugli ecoreati (68/2015) e quella contro i trafficanti di rifiuti. Con il primo provvedimento, entrato in vigore a fine maggio del 2015, l’attività svolta dalle Procure, secondo i dati elaborati dal ministero della Giustizia, ha portato in Campania all’avvio di 158 procedimenti penali , con 181 persone denunciate e 4 arrestate, insieme al sequestro di 98 beni per un valore complessivo di 32,7 milioni di euro. A metà ottobre 2020 sono arrivate a quota 130 le inchieste chiuse dalle forze dell’ordine contro i trafficanti di rifiuti come disciplinato dall’art.452-quaterdecies del Codice penale e dove sono state denunciate per attività organizzata di traffico illecito di rifiuti 803 persone, con 479 arresti e il coinvolgimento di 207 aziende. Il quantitativo di rifiuti movimentati illegalmente supera i 10 milioni di tonnellate: usando l’immagine simbolica dei Tir necessari per movimentarli ce ne sarebbero voluti piu di 410.905 camion carichi di rifiuti hanno attraversato mezza Italia terminando il loro tragitto nelle campagne del napoletano e nelle discariche abusive del casertano.

“C’è un popolo inquinato che non avuto finora cittadinanza nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – dichiara Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – e questo non è ammissibile: è ora di dire basta a questi ritardi e di avviare i primi ‘Patti territoriali per la transizione ecologica’ partendo da quelle ferite come la Terra dei Fuochi, ancora aperte nel Paese che tutt’ora continuano a causare danni all’ambiente, alla salute dei cittadini e all’economia sana della Penisola. Il PNRR rappresenta un’occasione importante e preziosa per rendere l’Italia davvero un Paese più sostenibile ma anche libero dall’inquinamento. Nel frattempo serve aumentare ulteriormente il livello di attenzione sui fenomeni di illegalità ambientale e sul ruolo delle organizzazioni mafiose soprattutto alla luce delle ingenti risorse in arrivo dall’Europa attraverso il Next Generation EU. Dobbiamo evitare in ogni modo che anche un solo centesimo degli oltre 240 miliardi di euro possa finire direttamente o indirettamente nella rete degli ecocriminali. Serve far ripartire con urgenza l’economia sana del Paese senza ingrassare le già ricche casse della criminalità ambientale”.

Le piaghe da sanare – Anche nel 2019 il ciclo dei rifiuti resta il settore maggiormente interessato dai fenomeni più gravi di criminalità ambientale: ancora una volta la Campania si piazza in vetta a livello nazionale alla poco lusinghiera classifica con 1.930 reati contestati, più del 20% sul totale nazionale. Completano il mesto quadro regionale le 1.987 persone denunciate, i 19 arresti e i 1.074 sequestri. La Campania continua a bruciare di monnezza. Solo la parentesi del lockdown e riuscita a fermare per un momento la mano dei piromani dei rifiuti. Dal primo censimento avviato da Legambiente nel 2013 a meta ottobre 2020 gli incendi ai vari tipi di impianti di gestione di rifiuti in Campania sono stati 142 (considerando solo quelli in cui si e avuto l’intervento dei Vigili del fuoco). La Campania si conferma capitale del cemento connection con 1645 reati accertati nel 2019 con incremento del 40% rispetto lo scorso anno con 1238 persone denunciate 2 persone arrestate e 332 sequestri effettuati. Una regione dove le demolizione sono al palo: secondo gli ultimi dati di Legambiente più del 97% degli abusi edilizi da abbattere sono ancora ben saldi alle fondamenta, infatti su 16.596 ordinanze di demolizione, sono state eseguite solo il 3% pari a 496 immobili abbattuti. Non solo non si demolisce, ma neppure si acquisisce al patrimonio pubblico come prevedrebbe la legge: nella nostra regione appena il 2% di questi immobili risulta infatti trascritto dai Comuni nei registri immobiliari(pari 310 immobili).

Corruzione ambientale – La corruzione facilita ed esaspera il malaffare in campo ambientale in maniera formidabile, aprendo varchi nella pubblica amministrazione e tra gli enti di controllo, trasformando gli interessi collettivi in miserabili interessi privati, dando così la stura al sistematico saccheggio dei beni comuni. Censendo- denuncia Legambiente- solo le inchieste più significative in cui la corruzione è stata usata come testa d’ariete per commettere reati ambientali in Campania dal 1 gennaio 2010 al 16 ottobre 2020 sono state 93 le inchieste con 724 persone denunciate, 581 arresti e 106 sequestri.

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