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EDITORIALE - Peppe Barra: «Fin da bambino ho sempre amato il presepe!»

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3 dicembre 20173 min di lettura

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Fin da bambino ho sempre amato il presepe! Nella mia famiglia veniva allestito, per tradizione, già dai primi giorni di dicembre. L’allestimento era quello povero, con l’impiego di materiali disponibili in casa: legno, cartone, vecchi giornali. Si usavano i colori in polvere, da sciogliere in acqua, per colorare rocce, montagne, prati. Servivano anche rametti secchi, muschio, ciottoli: noi bambini ci divertivamo a raccogliere queste cose in giro già da molto tempo prima. La casa, in quel periodo, si riempiva di odori inconfondibili, ancora presenti nella mia memoria; l’odore dominante era quello della colla di pesce. Poi veniva il momento della decisione importante: selezionare i pastori validi, scartando quelli zoppi o decapitati. Finalmente, dopo tanti giorni di lavoro, il presepe era abbozzato; si trattava ora di addobbarlo, rispettando personaggi, interpreti e scenografia, e in questo campo ognuno si sentiva autorizzato a mettere mano. Ma, con un intervento dittatoriale severissimo, entrava in scena zia Maria che si arrogava l’esclusiva dell’addobbo dopo aver combattuto contro il terribile assalto di mio padre, che anelava almeno a sistemare le luci e la grotta del pescatore dalla quale doveva scorrere l’acqua del fiume. Mio padre si preparava alla battaglia brandendo un clistere da lui attrezzato per fungere da bacino idrico. Con quel trofeo in mano se ne ritornava sistematicamente sconfitto alla base. La grotta della Natività, e questo tutti lo sapevano in famiglia, doveva essere opera di mia nonna, che interveniva in maniera perentoria, stroncando anche la dittatura di zia Maria. A questo punto la grotta del Bambinello diventava di tutto un po’: ricami a tombolo, stelline fatte col filo argentato, testine di angioletti ritagliate da vecchie cartoline. Insomma un collage di naif e chincaglierie dove giustamente, come tradizione vuole, il sacro e il profano si fondevano. I pastori erano di terracotta, piuttosto grossolana, e dovevano essere sistemati nei posti rituali. Tra i pastori, poi, venivano sistemate le pecore, che ogni anno aumentavano di numero perché quelle zoppe non si aveva il coraggio di buttarle via: esse venivano affondate nel muschio, dove fingevano di essere distese a riposarsi. Il giorno 8, festa dell’Immacolata e onomastico di mia madre Concetta, il presepe era terminato.

I miei ricordi più belli legati a questo giorno sono di quando al buio, spente tutte le luci della stanza, il presepe si illuminava e io assaporavo questo momento e sognavo, immedesimandomi in ogni parte del presepe. Una sera mi trovavo da solo, incantato, e la voce di mia madre mi riscosse dal sogno. «Peppì… ma che staie facènno sulo sulo, lloco ‘nnanze?». E io risposi che volevo sapere perché Benino, il pastorello dormiente, lo si metteva sempre in alto e sempre nello stesso posto. E mamma mi rispose: «Pecché accussì è l’usanza. Add’a stà llà e basta!… È stato sèmpe accussì!». Capii allora che nelle tradizioni non ci sono spiegazioni. Chi cerca in esse la logica è destinato a rimanere deluso. Bisogna solamente viverle, sognarle, e lasciare che ti parlino con il muto linguaggio della poesia e dell’amore.

di Peppe Barra

Tags
  • #peppe barra
  • #presepe
  • #presepio
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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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