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Elezioni USA: ecco perché si vota di martedì

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2 novembre 20204 min di lettura

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Elezioni USA: ecco perché si vota di martedì

Ci sono delle ragioni storiche del perché si vota di martedì.

Tra il 1788 e il 1845, ciascuno Stato dell’Unione stabiliva la data delle elezioni, senza preoccuparsi di “sincronizzarsi” con gli altri, l’unico vincolo era che le votazioni per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti terminassero entro il primo mercoledì di dicembre. Nel 1845, il Congresso decise che era tempo di standardizzare una data e si tenne in conto dell’economia del Paese: gli Stati Uniti erano un Paese sostanzialmente rurale e scelsero di votare a novembre perché era un momento in cui si erano appena conclusi i raccolti autunnali, e non era ancora arrivato il rigido inverno; si decise per il martedì perché la domenica era giorno sacro, il lunedì era necessario per raggiungere le urne e il mercoledì era giorno di mercato.

Ancora oggi è così, ma ad avviso di molti costituirebbe un ostacolo per i lavoratori, che dovrebbero chiedere ferie per recarsi ai seggi.
Chi lavora a ore dovrebbe rinunciare a i soldi, per esercitare il proprio diritto di voto; e ancora, per votare non è sufficiente recarsi alle urne, ma è bisogna registrarsi prima alle liste elettorali, ciò, insieme ad altre seccature burocratiche, allontana gli elettori meno motivati.

Varie associazioni per i diritti umani notano che i regolamenti di molti Stati ostacolano, di fatto, il voto di un range di popolazione: 2,6 milioni di detenuti non votano a causa dei regolamenti di alcuni Stati: o perché è necessaria un’autorizzazione firmata dal tribunale, o perché sono richiesti documenti d’identità specifici dal costo elevato.
Inoltre, siccome L’Election Day negli USA non è festa ma un giorno feriale come gli altri, e il voto non è obbligatorio, i funzionari pubblici che organizzano le elezioni generalmente assegnano le macchinette per il voto, i volontari per i seggi e altre risorse in base ai dati delle precedenti elezioni.
Ciò significa che nei quartieri bianchi e benestanti, in cui l’affluenza alle urne è più alta, ci sono più macchinette e personale, con code e tempi di attesa inferiori. La probabilità che gli elettori abbiano un lavoro è più alta, quindi possono permettersi il lusso di prendersi un permesso per andare a votare, a differenza di una larga fetta di elettori neri e ispanici che sono pagati a ore.

Tale sistema ha generato negli anni una tendenza politica: dal momento che gli elettori bianchi e benestanti erano gli elettori più fedeli, i politici tendevano a elaborare proposte cucite sui loro interessi, e questo aumentava ulteriormente il disinteresse delle minoranze etniche e dei poveri.
La svolta pare essere il voto postale, già utilizzato da circa un quarto degli elettori nel 2016 e che quest’anno, causa Covid-19, potrà essere scelto da circa 80 milioni di elettori. Sul tema si è espressa di recente anche la Corte Suprema che ha stabilito che in Pennsylvania potranno essere conteggiati i voti ricevuti per posta fino a tre giorni dalla data delle elezioni, anche se con timbri postali illeggibili.

Il 44,1% del totale degli elettori democratici ha richiesto le schede a fronte del 25,7% di quelle richieste dai repubblicani; per tale ragione Trump ha adottato una strategia finalizzata al caos e screditare il sistema, parlando di brogli e dicendo ai suoi elettori “stand back and standby” ossia “state pronti”, come a voler radicalizzare i suoi seguaci, i Proud Boys, incitandoli all’odio, aspetto da non sottovalutare giacché il Presidente è anche il capo delle forze armate e che la vendita delle armi è cresciuta del 94% e ben 4 milioni di americani ne hanno comprata una senza mai averne prima usata una.
Restano i dubbi sulle urne, ma la certezza è che le campagne elettorali sono avvincenti.

di Salvatore Sardella

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