
Erdogan firma l’uscita di Ankara dalla Convenzione d’Istanbul del 2011, nello sgomento generale delle donne turche. In concomitanza con tale evento, il leader non ha perso occasione per specificare i valori fondanti del Paese. Ha sottolineato la netta differenza fra “le comunità LGBTQ e il nostro popolo, i nostri valori”. Determinate prese di posizione non sconvolgono l’opinione pubblica, date le recenti uscite di Erdogan; il caso vuole che nell’ultimo anno si è assistito, tanto per citarne un paio, alla riconversione di Hagia Sophia, alla questione universitaria fino ad arrivare alla complessa tematica della tutela dei diritti delle donne.
Tornando alla politica turca, l’ottica fondamentalista che attanaglia questo paese è ormai da definirsi ridondante, nonostante si stia scontrando con l’ascesa occidentale dei diritti di genere. I dati sopra elencati fanno discutere, riflettere e soprattutto fungono da campanello d’allarme. Tuttavia la sola entità capace di dire la sua nella lotta intestina turca fra oppressori e oppressi dovrebbe essere proprio l’Unione Europea.
La riflessione sul bassissimo livello d’influenza dei diplomatici come Salim nei confronti delle estrinsecazioni autoritarie della Turchia lasciano più di qualche perplessità. Il discorso dell’ambasciatore è nettamente antitetico a quello che, come già evidenziato in principio, è stato detto da Erdogan sulla Convenzione. Premesso che la legislazione nazionale garantisca i diritti delle donne, come mai il sultano ha così tanta paura della minaccia omosessuale all’interno degli obiettivi della Convenzione? La risposta di sicuro non è scontata, all’interno di essa si potrebbero trovare ragioni di tipo sociale e anche diverse antipatie verso sistemi comunitari i quali da sempre gli hanno chiuso porte in faccia che andrebbero oltre il mero dato sociologico.
Poi se si citano nello stesso periodo UE e Turchia non si può escludere il dato riguardante la politica migratoria dell’Unione; la cosiddetta bomba a orologeria riguardo il flusso di migranti che ha in mano il leader turco, checché se ne dica, continua a essere motivo di mancanza di volontà ad agire per fini comunitari da parte dei governi degli stati membri.
In conclusione, ritornando agli stringenti fatti di cronaca, non sono mancate le proteste, con le organizzazioni femministe che hanno organizzato numerosi sit-in e manifestazioni che sembrano essere permanenti. Migliaia di persone hanno sfilato per le strade d’Istanbul, con mobilitazioni più importanti in quel di Kadikoy, contesto laico sulla sponda asiatica della città.
In maniera congiunta, le proteste sono arrivate a toccare soggetti al di fuori della Turchia, con una delegazione di europarlamentari del Partito Democratico, come Pina Picierno, che nella giornata di Martedì 23 marzo è arrivata all’ambasciata turca di Bruxelles per ribadire intransigenza difronte alla messa in pericolo dei diritti delle donne.
In questo mare di conflitti, contraddizioni e di voci di strada strozzate dall’autoritarismo di Erdogan, resta nelle mani dei media internazionali l’unica reazione istituzionale dell’Europa, ricollegabile al tweet di due righe della presidente della Commissione tedesca. Spiazzante.
di Matteo Giacca
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