
Le vicende politico-economiche di questi anni ne sono la testimonianza. Nel cammino verso organigrammi di governo, quasi annuali, ci accorgiamo di quanto poco contino i valori, considerato che per la loro composizione si dà corpo e sostanza ad un reclutamento di forze, indipendentemente dalle diverse scuole di pensiero cui esse appartengono.
Il riferimento è particolarmente severo verso le componenti che, per la gestione del potere, sono disposte ad allearsi con quanti, nel più o meno recente passato politico, sono stati avversari, anche fieri.
Sfogliando periodici e quotidiani, facendo zapping davanti alle reti tv, leggiamo e sentiamo commenti ed analisi degli avvenimenti politici che, in gran misura, confermano il mio convincimento che siamo ad una caduta dell’etica politica, patrimonio non di tutti, ma in primis degli attori politici, che dovrebbero finalizzare la loro azione nell’interesse della collettività. I moniti ideologici, se si ritengono validi solo per gli altri, non sono che un moralismo di facciata e di spicciola demagogia, summa di quel trasformismo condannato, ma sempre più praticato.
D’altronde, la politica è come una medaglia a due facce: sull’una c’è quella etica, dell’interesse del popolo, cui fa riferimento una parte della politica; sull’altra quella nichilista, dell’amor proprio, che appartiene a chi la orienta nell’ambizione di assurgere ad un ruolo di primo piano “costi quel che costi”. È solo il “modus operandi” che orienta il cittadino ad etichettare la politica in un modo o nell’altra.
Quando l’azione politica si orienta solo a difesa del proprio raggio d’azione o affonda nell’interesse del singolo, allontana da sé il senso etico, che Kant definisce come vincolo morale della visione pubblica, per atterrare nella faziosità. Sulla linea di tale orizzonte registriamo non senza scetticismo i passaggi di campo, i cambi di cordata, la scissione di partiti per meglio posizionarsi nell’agone politico, magnificando la logica dell’opportunismo e del trasformismo, figlia del nichilismo politico.
Stare insieme senza esser certi di finalità programmatiche da portare a compimento rappresenta un limite idoneo ad affrontare il presente e gettare ombre profonde sulla capacità di costruire un futuro per l’intera comunità.
In politica va sempre anteposta la questione morale, se si hanno a cuore le sorti del paese ed il suo benessere, che non solo deve partire dai contenuti, ma anche da quel contenitore occupato da uomini, la cui storia deve essere di provata onestà, che, da sola dà spessore e validità all’agire politico.
Moralità ed eticità devono essere in ogni atto istituzionale, se si intende la politica come un momento di alta progettualità e non strumento di potere fine a sé stesso e come la sintesi di un percorso unitario e di confronto dialettico e pluralistico che tracci nel tempo scie indelebili di processi elaborativi di alto valore e di profonda radicalità sociale.
Recuperare il ruolo, la centralità della politica, specie se offuscato da un personalismo teso alla conservazione del potere, costituisce quel senso di responsabilità oggi latente.
di Raffaele Villani
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