
Sono passati ventuno anni dai fatti del G8 di Genova. Giorni che hanno visto ‘ufficialmente’ la più grande crisi della democrazia in Europa degli ultimi ottant’anni, ma che – sappiamo – hanno semplicemente dato dimostrazione del vero volto violento dello Stato.
“Un altro mondo è possibile” gridavano i no-global del Genova Social Forum, sulla scia del popolo di Seattle ed i movimenti nati negli anni ’90. Un altro mondo è ancora possibile, ed oggi è più necessario che mai.
Perché se vent’anni fa milioni di persone manifestavano in tutto il pianeta contro il nuovo mondo dei potenti, oggi ci troviamo a vivere le conseguenze ambientali, economiche e sociali di quel sistema globalizzato che 8 individui stavano tracciando. Se a quel mondo vent’anni fa si gridava “Attenzione!”, oggi il grido è “Ve l’avevamo detto”. Urlando, circondati dal fuoco del riscaldamento globale e il fuoco delle guerre di “morti di fame contro altri morti di fame”.
A chi era in strada a rivendicare il futuro, dagli Stati Uniti al G8 di Genova, ogni volta lo Stato ha avuto una sola risposta: repressione. Così l’Italia ha dato l’esempio, ha regalato a quel futuro il ricordo della più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale. Dalle violenze contro i manifestanti alla luce del giorno al buio della scuola Diaz dove giornalisti e attivisti, nella notte tra il 21 e il 22 Luglio, vennero pestati e ridotti in fin di vita. E l’inferno non finì quella notte, continuò a Bolzaneto, picchiati nei corridoi, costretti a spogliarsi, molestati dalle guardie.
Poi c’è Carlo, Carlo che vive, Carlo che non è morto. Ma in realtà Carlo Giuliani, al di là di qualunque slogan, sfortunatamente non c’è più. In quell’estintore in mano e la pistola sul defender dei carabinieri che da lì a poco gli avrebbe inflitto il colpo mortale c’era il riassunto e la fine di un secolo di lotta contro l’ingiustizia. Iniziava il duemila. Quella pistola, le mani che la stringevano, oggi come allora, i morti sono “loro”: chi sfrutta, opprime, usurpa. Ma stiamo morendo anche noi, che da quei giorni abbiamo imparato poco. Nella politica, nel campo di chi dovrebbe ricordare e lottare per le idee che Giuliani difendeva, e nell’umanità. Nell’umanità, soprattutto.
“Disoccupate le strade dai sogni” cantava un poeta nostro compagno, perché sono ingombranti, inutili e vivi. Ai nostri sogni hanno sparato in faccia, schiacciati da una jeep e presi a sassate, non contenti. Rispetto a 20 anni fa, di motivi per essere arrabbiati, ne abbiamo molti più. Il sogno, oggi, è riprendere quell’estintore e stavolta lanciarlo.
Per Carlo, per tutti.
Di Ciro Giso
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