
Giovanni Brusca, “u verru”, “u porcu” “u scannacristiani”, il boss mafioso che nel 1992 azionò il tasto che portò all’esplosione del tritolo sullo svincolo di Capaci, è ufficialmente un uomo libero. Ne danno notizia tutti i giornali (in ritardo di ben 5 giorni) come se fosse stato compiuto così un oltraggio alla giustizia: ma la liberazione di Brusca è un atto doveroso, quantomeno giuridicamente; sono ben altri i fatti e le omissioni che lo Stato Italiano quotidianamente compie al fine di infangare la memoria di coloro che hanno lottato contro la criminalità organizzata.
«Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l’autobomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento.»
Non bastano di certo queste parole “autobiografiche” per comprendere appieno la levatura criminale di Brusca, ma il nostro obiettivo non è dare risalto alla sua vita o al suo passato, altri sono gli elementi su cui riteniamo valga la pena concentrarsi.
Il boss mafioso, soldato di Totò Riina, tanto efferato da essere soprannominato “u scannacristiani”, da 5 giorni è a tutti gli effetti un uomo libero, dopo 25 anni di prigione e 4 di custodia cautelare; la domanda che sorge spontanea è: perchè? Opinionisti, politici, giornalisti, hanno obiettato sulla sua scarcerazione facendo leva sul risalto mediatico della notizia, parlando alla pancia del Paese reale. La verità è che la scarcerazione di Brusca è un atto dovuto oltre che legittimo, nonostante il giudizio morale che si possa avere sul suo passato.
Brusca è libero per un semplice motivo: ha collaborato. È libero grazie alla legge sui “pentiti” istituita per volere di Giovanni Falcone (della cui morte lo stesso Brusca fu responsabile) a seguito delle dichiarazioni che Tommaso Buscetta, il “boss dei due mondi”, rese, dando un contributo consistente al maxiprocesso che portò alla condanna di oltre 300 uomini d’onore. Falcone fu il primo a capire che nessun mafioso avrebbe mai collaborato se non si fosse istituita una normativa “premiale” per ripagare chi si fosse reso responsabile di una “colpa” gravissima quale quella tradire Cosa Nostra. Ciò portò all’istituzione di un programma di protezione e di uno sconto di pena per i criminali che si fossero messi a disposizione della giustizia.
Paradossalmente tutto ciò che ad oggi è conosciuto delle organizzazioni criminali, dalla struttura, ai nomi alle cariche e ai fatti, non è stato frutto di un lavoro meramente istruttorio o d’ufficio, bensì è stato in larga parte rivelato da chi di quei crimini si era materialmente reso partecipe, come lo stesso Brusca. Peraltro, la normativa sui collaboratori di giustizia è altamente esigente nei confronti degli stessi, pretendendo attendibilità assoluta delle fonti e delle dichiarazioni, ma soprattutto i primi risultati in tempi relativamente brevi, per evitare che i sedicenti collaboratori possano approfittarne.
È indubbio che ad ogni persona a cui stia a cuore la lotta alla mafia, si contorca lo stomaco al solo pensiero che un uomo come Brusca possa, sotto falso nome e identità fittizia, circolare liberamente al di fuori delle patrie galere, mentre le sue vittime restano da anni silenti nelle proprie tombe. Un ragionamento umanamente comprensibile, ma nei fatti, inutile. Ciò che dovrebbe concretamente far indignare chiunque non è la scarcerazione di un ex boss ormai pentito (probabilmente per convenienza, ma ad ogni modo pentito), bensì il fatto che delle stragi, degli omicidi, delle atrocità da lui commesse, non siano ancora stati trovati i mandanti reali, “esterni” all’associazione, probabilmente nascosti nei meandri più remoti della politica e della massoneria italiana.
Brusca è libero, e ciò può destare indignazione, ma mai quanto dovrebbe farlo l’assenza di verità che da 30 anni e più, perseguita i familiari delle vittime di uno dei periodi più bui ed infami della storia del nostro Paese. È questa assenza ad oltraggiare la memoria di Falcone, Borsellino, e di tutte le vittime della criminalità organizzata, non la scarcerazione legittima di un collaboratore di giustizia.
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