
Un’esplosione di dolcezza e soprattutto di sorrisi. Vederlo camminare per i vicoli di Napoli, su e giù per ogni quartiere, era una gioia. Una gioia per i grandi, ma soprattutto per i più piccoli. Colori, zucchero e profumo: il suo, tra i vari carretti ambulanti che adornavano la Napoli che fu, era senz’altro quello più apprezzato dai bambini. Era solito vederlo con un grande cesto, pieno delle cosiddette franfellicche, dei dolciumi, fatti in casa, a base di zucchero e miele. Da qui, chiaramente, il suo nome: ’o franfelliccaro, colui che raggiungeva ogni quartiere del capoluogo partenopeo regalando a chi volesse un momento di dolcezza. I dolci venivano per lo più fatti in casa, ma non mancava talvolta occasione di vedere l’artista all’opera ed il quadro prender forma stesso in strada.
Un carrello, un fornello a carbone ed una grande pentola: gli arnesi del mestiere per realizzare in loco un dolciume caldo da vendere. «Guagliò accàttate ’o franfellicco», questo era il richiamo con cui il venditore di gusto e sorrisi ambulante attirava l’attenzione principalmente dei bambini. Un mestiere antico che rappresentava nella sua stessa essenza la Napoli dell’epoca: un prodotto “povero” per i materiali adoperati per prepararlo, dal costo irrisorio, accessibile ad ogni ceto sociale ed in grado di regalare una gioia immediata. ’O Franfelliccaro era di tutti. ’O Franfelliccaro non faceva distinzioni, né di ceto, né di età. ’O Franfelliccaro parlava ad una Napoli unica, da un quartiere all’altro, da un viale ad un vicolo. Le franfellicche erano apprezzate da tutti: talvolta venivano addirittura esaltate dai medici dell’epoca come toccasana per contrastare fastidi alla gola e tosse.
Ma ’o franfelliccaro poteva essere anche intrattenimento. Emblema sempre di quella Napoli creativa, in grado di andare oltre la semplice vendita, seppur sempre con fini commerciali. Il venditore di dolciumi ogni tanto – chi più e chi meno – si dilettava anche nel creare dei veri e propri teatrini, volti a coinvolgere soprattutto i bambini, attirando la loro attenzione con giochi ed indovinelli. Sicuramente marketing – si direbbe oggi – ma senza dubbio connessione, coinvolgimento, divertimento, creatività e genialità partenopea. Tratti di un mestiere che fu, ma di una Napoli che ancora è.
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