
Il mobbing configura “una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità (Sentenza n.22993/2012)”.
Sono molti i lavoratori che si imbattono in condotte di questo tipo, scegliendo di dimettersi piuttosto che affrontare una realtà così ostile anche perché, denunciare condotte mobbizzanti, in molti casi produce l’effetto opposto: la condotta persecutoria diventa ancora più incisiva.
A Castel Volturno, già terra di forte degrado sociale, anche l’ambito lavorativo risente di queste problematiche. Si riporta, per questo motivo, la testimonianza di una ragazza di nome M.B.
Puoi dirci che tipo di lavoro hai svolto e qual è la tua esperienza di mobbing?
«Ho iniziato a lavorare ad agosto 2021 per un negozio di abbigliamento di Castel Volturno per tre ore al giorno, con un presunto contratto part–time mai stipulato. In seguito ad un periodo di prova non retribuito, ho iniziato a lavorare in autonomia. Dopo poco, però, mi sono resa conto di qualcosa che non andava. Durante il colloquio di lavoro, infatti, ho parlato con colei che si è presentata come mia datrice di lavoro, ma successivamente notavo che un’altra collega, anch’essa commessa del negozio, dava ordini. Personalmente non sapevo con chi delle due interfacciarmi. Oltre al lavoro specifico di commessa, mi veniva chiesto di fare da cameriera e donna delle pulizie, di andare al bar a prendere il caffè, a fare la spesa, mansioni che, per timore di perdere il lavoro, ho assecondato».
Raccontaci qualche episodio in particolare…
«Una mattina arrivai al negozio e la mia collega indicò subito la direzione di tutto l’occorrente per pulire il pavimento. Tutto ciò mentre si divertiva con il cellulare e passava il tempo a fumare, spargendo cenere di sigaretta tra gli scaffali. Posso raccontare anche un altro episodio. Un pomeriggio stavo trascorrendo le mie tranquille ore di lavoro in autonomia, quando questa mia collega con l’ambizione di titolare, passando davanti al negozio, entrò e iniziò a servire i clienti al posto mio. Non potevo credere che mi stesse umiliando davanti a tutti. Poi arrivò il colpo di grazia. Un giorno fui accusata di un ammanco di 40 euro dalla cassa. Non potevo credere alle mie orecchie perché, fino a poco prima che andassi via, tutti i conti erano in ordine. Quando la titolare rifece i conti, capì che i famosi 40 euro non erano spariti, ma c’era stato solo un errore di calcolo (non mio). Non mi fu rivolta nemmeno una parola di scusa».
Quando hai deciso di dimetterti?
«La forza di troncare venne in seguito ad una telefonata in cui la titolare e la presunta collega-datrice di lavoro, mi accusavano di non aver comunicato di dover recapitare dei soldi alla responsabile di un altro negozio di abbigliamento vicino al nostro, nonostante vicino alla cassa ci fosse il foglio con i soldi e le indicazioni scritte. Comunicai in quel momento che non avrei più continuato a lavorare con loro. Mi fu risposto che non potevo andar via da un giorno all’altro e che avrei dovuto concludere la mia settimana lavorativa per dare il tempo di trovare una sostituta. Obbedii anche a quest’ennesimo sopruso. Mi fu imposto di non dire in giro i motivi per cui davo le dimissioni».
Cosa senti di dire a chi vive esperienze simili?
«Racconto questa storia perché altri possano avere il coraggio di denunciare questi fatti così gravi. Esperienze di questa portata ti segnano per sempre. Lavorare significa acquisire un diritto, una dignità che non può essere calpestata con prepotenza da nessuno. Troppi datori di lavoro non vogliono riconoscere i diritti dei loro dipendenti, mettendoli in uno stato di frustrazione tollerato solo per il timore di perdere il lavoro».
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