
Dal 5 all’8 marzo il viaggio di Papa Francesco per dialogare con il mondo musulmano e incontrare le vittime delle guerre.
«Un anno e mezzo fa la Chiesa li ha riconosciuti martiri e servi di Dio, loro sono sempre con me. Ogni giorno. Sono contento che il Papa venga qui per conoscerci e per conoscere le loro storie», dice oggi. La chiesa è stata completamente restaurata, ma il pavimento e l’altare sono gli stessi dell’attentato. Nella cripta sono sepolti i due sacerdoti uccisi, Thaer Abdal e Wassim Kas Boutros, e alcuni fedeli che morirono quel giorno. Tutti gli altri riposano in vari cimiteri nel Paese. L’Iraq è una terra bellissima, ma negli ultimi decenni il sangue dei cristiani (e di tanti musulmani, yazidi, curdi) ha bagnato città e fiumi, montagne e campi.
Sei anni fa l’Isis irruppe nella Piana di Ninive saccheggiando e uccidendo, e migliaia di civili furono costretti a fuggire. Alcuni monaci e sacerdoti decisero di rimanere per custodire e preservare le chiese e i monasteri dalla furia devastatrice, rischiando e, talvolta, perdendo la vita. Ma anche prima del Califfato per i cristiani le cose non erano facili. L’elenco dei religiosi uccisi è lungo: da suor Cecilia Moshi Hanna, morta a Baghdad nel 2002, al sacerdote caldeo Ragheed Ganni (il Papa si fermerà forse brevemente sulla sua tomba, lungo la strada per Erbil) e ai suoi tre diaconi massacrati a Mosul nel 2007, fino a monsignor Faraj Raho, vescovo di Mosul rapito e assassinato nel 2008.


In questi giorni, dice, il fermento vero è al Nord, nella Piana di Ninive: «Piccoli gruppi di cristiani sono tornati ad abitare a Mosul, Qaraqosh, Bartellah e i villaggi di Ninawa. Da mesi, i giovani si sono preparati all’arrivo di Francesco frequentando lezioni ed esercizi spirituali accompagnati dai sacerdoti. Non poteva essere una cosa improvvisata, era necessario essere pronti anche con il cuore alla sua venuta». Come racconta Hanna, un’insegnante cristiana di Bartellah, da questi momenti di condivisione sono scaturite molte domande sul significato dell’essere cristiani e minoranza, sul senso della vita, del mettere su famiglia nonostante le avversità, sul dolore e la morte: «Una domanda che ritorna spesso è quella sul perdono. Non tutti se la sentono di perdonare, perché le ferite sono ancora aperte, pulsanti».

Rony è più disilluso, ha quasi timore di questo viaggio papale. «Il Papa si fermerà davvero poco, non avremo il tempo di parlare con lui. Ma in qualche modo continuo a sperare di essere come Zaccheo. Non sono nessuno, ma se potessi salirei sul palo della luce più alto perché lui possa vedermi. Gli racconterei di quanto mi sento solo, della fatica di trovare un lavoro dopo che la mia azienda è saltata in aria, della ragazza che avrei voluto sposare ma non c’è più. Il legame con l’Iraq è forte per me, ma quante volte sono stato tentato di andare via come altri. Vorrei che il Papa mi vedesse, mi invitasse a stare con lui e io lo porterei a casa mia e gli direi: “Resta qui, abbiamo bisogno di te”».
A Palazzo Santa Lucia è stata presentata la 64esima edizione del Giro di Campania, alla presenza dell’Assessora allo Sport...
La Costiera Amalfitana brucia ormai da giorni. Tra la devastazione e le fiamme alimentate dai forti venti, si lavora incessan...
Il 16 settembre 2026 sono stati ultimati i lavori riguardo il restauro dell’edicola votiva di San Gennaro, situata in piazz...
500mila euro per trasformare un gioiello in un cantiere fantasma. Oggi l’impianto sportivo è fermo, costretto a sbrogliars...