
Dopo il nostro numero di settembre, il servizio di Report e le proteste degli allevatori, in Campania continua l’abbattimento di capi bufalini con la conseguente crisi di tante piccole aziende del settore. Nonostante l’intervento dei massimi esperti in campo medico, come il Professor Vincenzo Caporale, e le direttive dell’Unione europea, nulla sta fermando la distruzione della filiera che produce l’eccellenza locale della “mozzarella di bufala campana”. Il controsenso è lampante se si analizzano le indicazioni europee e della FAO sul tema, le quali affermano che l’abbattimento del capo bufalino è possibile, se e solo se, si è davanti ad un caso confermato di “Brucella Spp.“.
La distinzione tra un caso sospetto e un caso confermato è fondamentale, e quest’ultimo è riscontrabile grazie al ricorso di prove diagnostiche dirette che confermano, o meno, la presenza dell’agente patogeno “Brucella Spp.” – come ribadito dal Professor Caporale nella nostra prima inchiesta. Ebbene, la Regione Campania continua ad utilizzare test diagnostici indiretti per confermare la presenza dell’agente patogeno; test che quindi non producono l’adeguata base scientifica volta a permettere l’abbattimento di migliaia di bufale, dato che vi sono ancora margini di errore sulla presenza effettiva della brucella nell’animale.
Ma i controsensi non finiscono qui, perché se il discorso dei test è paradossale, risulta incomprensibile la scelta di affidare ai servizi veterinari delle ASL le azioni operative in materia di brucellosi e tubercolosi, quando l’impianto legislativo comunitario invita ad un’assunzione di maggiore responsabilità da parte degli stessi allevatori, che devono operare per assicurare che i propri animali siano sani. Seguendo questa linea, le ASL di competenza avrebbero solo un ruolo di controllo affinché tutto venga svolto correttamente, ma non sono direttamente operative nell’ “identificazione del caso sospetto”. Insomma: questi enormi interrogativi fanno emergere dubbi su una regia economica più ampia che vorrebbe trasformare un’eccellenza locale in un prodotto industriale replicabile in ogni parte d’Italia.
Peccato che la mozzarella di bufala casertana sia una vera eccellenza locale, già differente dalla bufala mediterranea del salernitano, a causa dei nutrienti che l’animale trova all’interno del terreno che caratterizza l’area dei Mazzoni, ad esempio. Smantellare questa filiera, così come già fatto per altre eccellenze italiane, significa ridurre alla fame allevatori e aziende che, ancora per poco, continuano ad avere un potere contrattuale non indifferente nei confronti delle big industries. D’altronde il sospetto risulta fondato da un dato sociologico, ovvero gli effetti della globalizzazione agroalimentare, di cui Michael Pollan e ulteriori grandi giornalisti d’inchiesta, hanno ampiamente scritto.
L’eccellenza territoriale che si piega alla produzione industriale è il mantra della globalizzazione alimentare, ciò che non è comune a tale processo è l’ammissione di questo fenomeno da parte della classe politica corrente. Se proprio si è deciso così, almeno si abbia l’onestà intellettuale e morale di ammetterlo, diversamente la politica regionale non può sottrarsi dallo spiegare la distanza tra le nostre norme e quelle europee. Gli allevatori e i referenti intervistati nel corso dei mesi spingono la politica affinché parta un dialogo costruttivo per un Piano migliore…speriamo davvero che tale confronto trovi riscontro nella realtà.
Per provare a far luce abbiamo intervistato il referente del Coordinamento unitario a difesa del patrimonio bufalino e rappresentante di Altragricoltura, Gianni Fabris. Per spingere gli organi politici ad una risposta e dar maggiore forza al movimento, Gianni è in sciopero della fame.
«La vera novità è la nascita del Coordinamento unitario a difesa del patrimonio bufalino che segna, dal mio punto di vista, un salto importante in questa battaglia. A dicembre alcune realtà come Altragricoltura, le associazioni e gli allevatori, unitamente al Comitato Don Peppe Diana, hanno portato alla nascita di uno spazio unitario che superasse la frammentazione dei vari movimenti. Non è solo una questione di numeri, ma all’interno si è creato un dibattito con nuove prospettive per i nostri territori. Dalla semplice rivendicazione e protesta si è passati alla volontà di mettere in campo una visione del territorio dalla quale partire per costruire un metodo, soprattutto su come si organizzano le forze».
«No, si tratta di un progetto sociale in cui la versa scommessa è capire se gli allevatori e i cittadini di questo territorio prendono in mano, da protagonisti, una prospettiva incentrata sul loro destino. Il piano contro la brucellosi è fallimentare poiché non vi è stato confronto con il territorio».
«Hanno avuto un atteggiamento ostile al confronto, hanno imposto una visione rivelatasi fallimentare. Fino al 2013 il problema della brucella era quasi eliminato grazie ad un piano coordinato, ispirato e gestito dal Professor Vincenzo Caporale; dal 2015 in poi la curva torna a risalire arrivando ad un’incidenza del 18%. Oggi abbiamo un Presidente della Regione, Vincenzo De Luca, che afferma che il problema legato alla brucella dipende da veterinari e allevatori delinquenti, quindi per risolvere il problema bisogna andarci con la mano di ferro. Sulla base di questa visione, diversa da quella che ha ispirato il precedente piano, si avvia un processo che si slega dalla ricerca del coinvolgimento popolare e dall’ottica della prevenzione per arrivare ad una politica militaristica. Ecco che la questione sulla tutela del patrimonio bufalino diventa un “pretesto per allevatori camorristi” o “veterinari corrotti”; oggi stiamo pagando i prezzi di questa grave miopia».
«Loro si sono appoggiati al famoso “tavolo verde”, in cui i vertici regionali si siedono con le organizzazioni sindacali che dovrebbero difendere gli agricoltori e gli allevatori (Coldiretti, Cia, CoopAgri, Confagricoltura); questi interlocutori hanno rappresentato istituzionalmente il mondo agricolo negli anni, un settore che ricordo essere in crisi. Dal mio punto di vista tali organizzazioni rappresentano la crisi in cui ci troviamo oggi, quindi sono il sistema fallimentare: non la terapia, ma la malattia. Questa situazione è uno dei motivi fondanti della nascita del Coordinamento unitario: avere una rappresentanza reale degli allevatori del territorio».
«La premessa è che il comparto agroalimentare italiano ha subìto le conseguenze della globalizzazione, in cui vi è l’impulso di annullare le eccellenze territoriali per consegnare tutto nelle mani delle poche produzioni industriali. Detto ciò, i nemici del Coordinamento sono tre. I primi avversari, subdoli e molto pericolosi, sono gli industriali del latte che hanno tutto l’interesse a trasformare definitivamente questo comparto, che storicamente è formato da piccoli produttori e allevatori. Le industrie della carne, invece, sono multinazionali interessate alle macellazioni, non è un caso che anche la carne di bufala viene etichettata come “carne bovina”, e proprio McDonald ha lanciato in Italia una campagna che ribadisce come le sue catene vendano “carne bovina nazionale”. Chissà da dove viene quella carne bovina da quattro soldi. Il terzo avversario, insidiosissimo, è l’enorme apparato tecnocratico di cosiddetti esperti che è stato costruito negli anni e che è fortemente favorevole alla macellazione».
«Il loro obiettivo è abbassare il prezzo di produzione della mozzarella e sfondare l’area DOP, cosicché la produzione di mozzarella di bufala campana possa farsi nelle nostre campagne così come a Trento, Cagliari o Genova. Il disegno è rendere un prodotto industriale questa eccellenza del nostro territorio, facendo un favore all’industria e ai grandi speculatori in ambito internazionale. Gli allevatori oggi hanno un potere contrattuale forgiato sull’unicità del latte proveniente dai nostri territori per produrre la mozzarella di bufala; questo disegno vuole distruggere il potere contrattuale dei nostri allevatori».
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