
Viene definita l’organizzazione criminale più potente a livello internazionale, la più ricca, la più rispettata: è la ‘ndrangheta, una realtà criminale dalle mille sfaccettature, che ad oggi controlla la maggior parte del commercio internazionale di stupefacenti. Con un’espansione partita dalla Calabria, con l’emigrazione è arrivata a toccare tutte le principali potenze mondiali, dal Belgio agli USA, dal Canada all’Australia. Sulla ‘ndrangheta si sta, soprattutto negli ultimi anni, scrivendo tanto, e fra i diversi contributi sul fenomeno, uno che ci ha in particolare interessato è certamente quello della Professoressa Anna Sergi, presente nel saggio “Le mutazioni della ‘ndrangheta”. La Dottoressa Sergi è attualmente docente presso l’Università dell’Essex, dove ha conseguito un dottorato di ricerca con specializzazione in Criminologia al Dipartimento di Sociologia. Le sue ricerche si focalizzano sullo studio della criminalità organizzata e della giustizia penale comparata, e a tal proposito ci siamo confrontati con lei per parlare di ‘ndrangheta, delle sue caratteristiche e dei suoi orizzonti.
«La transculturazione è un processo che è stato studiato da Ortis nel 1947 e riguarda il processo per cui i migranti nei loro luoghi di arrivo vengono in qualche modo formati e plasmati da una costante reiterazione di contrasto e scontro tra varie culture. Le persone transculturate non solo hanno acquisito diverse culture perché si sono spostate da un luogo a un altro, ma nell’incontrarsi e scontrarsi con altre culture hanno formato sostanzialmente anche un nuovo punto di vista su di esse. La “transculturazione” avviene tutt’oggi ed è un processo abbastanza studiato, che afferisce anche alla sfera criminale della ‘ndrangheta. Nella pratica lo vediamo nel linguaggio, nel modo in cui si parla, nel modo in cui si gestiscono certe tradizioni da casa all’estero; insomma è un processo che è caratterizzato dalla consapevolezza che la cultura non è mai statica e che di conseguenza l’unico modo per capirla è analizzarne questi punti di contatto dove vengono incontri e scontri con altre culture».
«Le diverse facce della ‘ndrangheta hanno permesso la sua proliferazione in Australia: nella ricerca che ho fatto guardavo all’esistenza di “Gatekers”, clan storici che mantenevano vivo l’ordine delle cose della ‘ndrangheta e degli “Holdovers”, famiglie di ‘ndrangheta storiche che però hanno perso il loro legame con la tradizione. Per non parlare poi dei “Newcomers” che sono nuovi cognomi, nuove famiglie calabresi ma senza alcun legame con la ‘ndrangheta calabrese, nate e cresciute nelle realtà australiane, ed infine di coloro che un tempo erano grosse famiglie di ‘ndrangheta ma che adesso sono praticamente scomparse con un normale cambio generazionale. Quindi questa differenza di famiglie, di clan, distinti fra loro ed indipendenti l’uno dall’altro rende molto difficile vedere ed analizzare la “struttura” della ‘ndrangheta. Inoltre la proliferazione purtroppo deriva anche dalla difficoltà dell’Australia, che ha tante giurisdizioni e tanti meccanismi che si inceppano nel momento in cui sono necessarie indagini crossborder, all’interno dell’Australia stessa e poi fuori dal Paese».
«L’italia ha una storia ormai conosciuta per quanto riguarda la mafia, tanto da aver cristallizzato un impegno antimafia che è rimasto fermo agli anni novanta. Abbiamo messo sul piedistallo i nostri eroi e abbiamo creato una memoria vuota da cui sono nati e nascono tutt’oggi quel sentimento antimafia e quella sensibilità che si traducono molto spesso in un nulla di fatto, come nel caso delle disposizioni normative, che non sono state aggiornate come avrebbe invece dovuto essere. All’estero io non vedo un grande problema sulla percezione delle mafie. Io ho trovato, soprattutto in alcuni stati come l’Australia, il Canada, il Belgio e l’Olanda, un’attenzione specifica alla ‘ndrangheta. Ci sono delle squadre che si occupano solo di ‘ndrangheta o comunque di mafia italiana e che lo fanno con analisti a tempo pieno, cosa che in Italia non abbiamo perché da noi gli “analisti” sono dei poliziotti, figure molto diverse. La differenza che c’è con l’Italia è il sistema giudiziario, che in quegli stati ovviamente non permette, direi fortunatamente, di arrestare soggetti per sospetti irrisori o unicamente legati al cognome, all’origine. Noi in Italia abbiamo criminalizzato l’associazione. All’estero questa cosa non si fa, rappresenta un abominio giuridico. Questa è una delle differenze con l’estero: il 416 bis funziona, e anche male, solo in Italia».
«Riguardo il Ponte sullo Stretto io mi trovo totalmente contraria, per una serie di ragioni, e per motivi che professionisti hanno provveduto ad individuare, come problemi tecnici, ambientali, di costruzione del Ponte. Io ci vedo un problema di colonizzazione del sud, con progetti che ci vengono imposti come volàno dello sviluppo ma che il sud di base non non vuole perché, nel caso specifico Sicilia e Calabria, vogliono altre cose quando si tratta di progresso. Il Ponte sarà nella migliore delle ipotesi uno spreco di soldi pubblici, andando a braccio con quello che le mafie da entrambi i lati dello Stretto fanno meglio, cioè utilizzare le inefficienze del pubblico per inserirsi e lucrare su di esse. L’obiettivo qui non è finire il ponte, ma tirare i suoi lavori di costruzione per le lunghe per sconquassare le casse nazionali. Il nostro ministro (Salvini, ndr) e tutti coloro che ritengono che il progetto del Ponte sia impenetrabile per la ‘ndrangheta, non sanno di cosa stanno parlando, immaginando convenientemente una ‘ndrangheta che con pistola puntata richieda il pizzo agli imprenditori onesti che lavorano per il ponte. Non funziona così: la ‘ndrangheta in questi settori, come Cosa nostra, funziona mediante aziende che vincono degli appalti in maniera legale, aziende al di sopra di ogni sospetto. Per il Ponte ci saranno i soliti comitati d’affari dentro cui ci si arricchiscono tutti, mafiosi e non».
«La ‘Ndrangheta ha una differenza fondamentale con Cosa nostra e camorra: ha una posizione privilegiata nel mercato delle droghe che le altre mafie non hanno. Quindi il grosso delle famiglie di ‘Ndrangheta guadagna dal traffico di stupefacenti, settore che rimane molto più lucrativo di qualunque altro. Ciò non vuol dire che non si siano sviluppati altri altri mercati, però anche lì, la ‘ndrangheta è un arcipelago di famiglie; ogni famiglia ha interessi e settori differenti di cui si occupa, quello che fanno meglio rimane sempre l’infiltrazione negli appalti perché l’inefficienza del pubblico in Calabria rimane purtroppo la più grande occasione, e il mercato del riciclaggio che permette di pulire e reinvestire il denaro. Per quanto invece le criptovalute e il digitale, sicuramente ci sono delle famiglie più capaci di utilizzare questi strumenti. Lo hanno fatto già da anni. Non viene in qualche modo vista come una fonte sistematica di guadagno perché appunto non è per tutte le famiglie, ma di base credo non ci siano settori da cui trarre vantaggio e guadagno in cui le famiglie ‘ndranghetiste non siano entrate».
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