
Di Vittorio Arrigoni si ricorda l’assenza nel prosieguo della guerra. Ha iniziato le sue opere di volontariato a 20 anni, quando dopo gli studi in ragioneria e vani tentativi di impiego nella ditta edile di famiglia, riconosce di non potersi lasciare andare alla stasi. “Io ho bisogno di andare, aiutatemi ad andare” rivolge queste parole ai suoi genitori, dopodiché organizza il suo primo viaggio per l’Est Europa.

«Dopo una missione nella Croazia dei campi profughi, sono stato circa 4 mesi in Perù, a contribuire all’attività dell’OMG (“Operazione Mato Grosso”). Costruivamo scuole e laboratori di falegnameria per tirar via dalla strada i giovani, altrimenti destinati alla cerchia di lercia miseria e alcolismo che ha inghiottito la maggior parte degli adulti. Poi è stata la scoperta dello YAP e dell’IBO che mi ha spalancato le porte all’Est Europa, quell’Europa dimenticata e perdente, presa in considerazione solo ora come possibile nuovo mercato fruttifero (Ucraina, Polonia, Russia, Estonia, Repubblica Ceca ecc.)» scrive Vittorio in una lettera spedita ad un’amica nel maggio del 2004
Durante la sua vita, l’informazione diretta gli ha fatto da messaggera: tramite Internet, dove teneva attivi canali YouTube di informazione; con le sue lettere agli amici e alle amiche; attraverso i suoi reportage per Radio 2, Il Manifesto e PeaceReporter, Radio Popolare, Radio Onda d’Urto; con il suo blog Guerrilla Radio, oggi reso privato come il dolore di chi amava e ama il Vittorio figlio, fratello e amico, l’amarezza di tutte le persone che hanno guardato negli occhi chi ha marciato per l’umanità. Una Guerrilla di pace, quindi di rivolta, targata come “corrotta” da chi ha lavorato ciecamente per la guerra.

Vittorio Arrigoni, Vik, per le persone care, nasce nel 1975 da mamma Egidia e papà Ettore, che hanno sempre operato per il sociale, nel paesino in cui vivevano in Brianza, che Vittorio si è affrettato a lasciare dopo la scuola. Sin da bambino, come racconta sua madre, si distingue in lui una spiccata abilità per la scrittura, attraverso la cui lettura si può cogliere l’approccio sensibile con cui non ha potuto fare a meno di vivere anche la sua vita. Vittorio si occupa di lavori manuali per il miglioramento strutturale dei paesi in cui dona vita e cuore a favore della salvaguardia di un valore ben preciso, quello umano.
Nel 2009 pubblica il libro Gaza Restiamo umani, in cui raccoglie i reportage dei suoi anni di vita a Gaza. Un popolo, quello palestinese, che dal 2002 Arrigoni conosce attraverso opere di volontariato per campi di lavoro e in cui successivamente si schiera a favore delle vittime di guerra, affrontando il terrorismo attraverso l’esposizione provocatoria del disarmo: lega al cuore la questione palestinese e vive i suoi territori attraverso le uniche linee in cui si riconosceva: quelle della pace. Espulso svariate volte dalla presenza terrorista, che non gli risparmia maltrattamenti e intimidazioni. Vittorio procede nella rivolta pacifica, affiancando i pescatori e i contadini sotto i riflettori sanguigni dei terroristi, per reclamare una vita quotidiana normale.
Chi è stato affiancato da Vittorio nei suoi margini non ha dimenticato la sua presenza, dal 2014 le associazioni Ghassan Kanafani e Dima gli hanno dedicato un asilo al campo profughi al Bureji a Gaza.
Vittorio Arrigoni è stato rapito nel 2011, a Gaza, da un gruppo di estremisti e poi ucciso, perché non è sceso a compromessi, perché ha utilizzato parole poco convenienti, perché ha testimoniato, ha informato e ha agito contro l’odio coloniale che l’essere umano non è in grado di disinnescare. Tutto questo come riprova di quanto sia banale e sterile la guerra.
«A Gaza è come se si fosse in autunno,
e io sono nato sotto il segno dell’autunno.
Per cui se fuori piove,
perdonatemi,
a volte piove anche dentro.
Restiamo umani.
Vostro Vik dalle tenebre dell’assedio.»
Vittorio Arrigoni rientrato a Gaza, 25 dicembre 2008
di Tonia Scarano
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