
Basti pensare a una delle opere fumettistiche più blasonate dell’ultimo decennio: “The Walking Dead”. L’opera narra le avventure di un gruppo di persone un tempo comuni, messe davanti alla realtà di una pandemia globale dove sono costretti a cambiare i loro metodi di sopravvivenza. La presenza dei morti viventi e del pericolo perenne che incombe sulle loro teste tramuta e forgia il carattere di queste persone facendole diventare violente almeno quanto il mondo che le circonda. Ma l’industria dell’intrattenimento ci ha convinti che non solo cattivi ci si diventa ma ci si nasce, esempio lampante di questo concetto sociologico è “The Last of Us parte II”, uscito proprio in questi giorni, dove interpreteremo il ruolo di una ragazza (Ellie) nata in un mondo infestato dal male e dalla violenza e che semplicemente apprende sin da piccola le regole del suddetto mondo applicandole con immensa brutalità ai suoi nemici.

Per certi versi è stato così, la corsa alle provviste ed il generale panico sociale ha in parte esposto l’innato spirito di sopravvivenza dell’essere umano. Quello che differisce sostanzialmente dalle teorie catastrofiche dell’intrattenimento sono le relazioni umane che si sono instaurate tra gli individui: non ci sono state battaglie, corse alle armi e violenza ma un forte senso di solidarietà nei confronti del prossimo e senso civico. Un’altra differenza sostanziale risiede nella gestione politica delle cose, che nelle opere sopracitate è confusionaria e non mette mai in atto la situazione più logica: l’isolamento, e se adempie a questo dovere lo fa in maniera pessima. C’è però da dire che non tutto il mondo si è comportato con moderazione e civiltà, l’America infatti oltre che alla pasta e alla carta igienica non si è privata dell’acquisto massivo di armi d’assalto e sistemi di difesa. A pensarci meglio le opere citate sono ambientate proprio negli Stati Uniti e magari gli autori non hanno tutti i torti.

di Giuseppe Spada
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