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L'amica geniale: Lila e Lenù emblema del riscatto

Redazione Informare
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5 marzo 20205 min di lettura

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L'amica geniale: Lila e Lenù emblema del riscatto

È da poco terminata l’ultima stagione de “L’Amica Geniale”, serie italo-americana di straordinario successo, per la regia di Saverio Costanzo.

Le avventure di Lila e Lenù, due ragazze che vivono la propria adolescenza nel cuore degli anni ’60, hanno subito conquistato il cuore degli spettatori. Storie di amori, di vita, ma soprattutto di riscatto, sociale e squisitamente femminile, che permette di riflettere su quanto, oggi, conquiste straordinarie nell’immaginario collettivo di appena cinquant’anni fa, siano date per scontate, banali e addirittura bistrattate.

Certamente Elena, “Lenù” è una delle protagoniste, nonché voce narrante dell’intero romanzo, capace di prendere per mano gli spettatori e accompagnarli nei vicoli stretti del rione di periferia, nella Napoli dalle mille sfaccettature, nel suo animo e un po’ in quello di Lila, per quanto possibile. Tuttavia, è probabilmente questa difficoltà nell’entrare del tutto in connessione con Lila a rendere quest’ultima la vera protagonista della serie, capace talvolta di oscurare la stessa voce narrante. Lila è fin da piccola una bambina selvaggia, arrabbiata, spavalda, forse cattiva, estremamente competitiva. Di un’intelligenza notevole, ed è forse proprio questa la sua più grande sfortuna, alla luce della società che la circonda. I piccoli rioni degli anni ’60 vivono nel fango, in fatiscenza e povertà. Per ogni famiglia, la sopravvivenza giornaliera è in dubbio. Servono braccia che lavorino incessantemente, assolutamente scollegate dal cervello, che potrebbe pensare che, forse, qualche possibilità di cambiamento esista.

Eppure esiste davvero, la scuola lo è certamente. Lo sa bene la maestra del rione, che prova in tutti i modi a strappare le due ragazze ad una vita di stenti e rinunce.

Con Lenù ci riesce: dopo la licenza media, Elena sceglie di frequentare il liceo classico. Si ritrova catapultata in un mondo che cozza e stride con quello a cui è abituata e che la porterà spesso a mettersi in discussione. La carriera scolastica la pone ad un livello superiore rispetto ai suoi amici di sempre, che continuano a sopravvivere “alla giornata” fra le strade grigie del rione. Per loro, Elena comincerà ad essere quasi irraggiungibile.

Studia, è più colta di loro, è superiore. Lo è per i suoi stessi genitori, per la madre soprattutto. Disincantata e inaridita dalla vita, accetta con reticenza il percorso della figlia ma, in virtù dello stesso, le impedirà di frequentare un ragazzo del suo rione. Lo studio, per la famiglia, è stato innanzitutto un dispendio economico, da colmare almeno con un matrimonio alla sua altezza.

La vita di Lila invece, prende una piega del tutto diversa. In costante conflitto col padre, è costretta a rinunciare alla carriera scolastica, impossibile da sostenere economicamente per la famiglia che non ha mai intravisto la possibilità di un futuro migliore, e che sceglie di tarpare le ali anche ai propri figli. Lila sarà costretta dalle circostanze ad arrendersi, ma mai a rassegnarsi. Vivrà sempre con dolore e con estrema rabbia la sua inferiorità rispetto a Lenù. La sua competizione con l’amica diventa malsana, quasi sadica, un modo per dimostrare ad entrambe di essere migliore. Attraverso lo sguardo di Lila, il destino dell’amica sarà percepito quasi come una colpa, da punire con lo scherno e col sarcasmo, per riversare sull’amica più fortunata un po’ del dolore che la dilania. È difficile comprendere quanto Lila desideri prevalere su Lenù semplicemente per orgoglio e superbia e quanto per una reale voglia di imparare. Molto spesso, povertà e stenti incattiviscono chi è costretto a lottarvi ogni giorno, alimentando una lotta fra poveri, che si conclude inevitabilmente senza alcun vincitore. Innegabile è, tuttavia, la voglia di riscatto che si respira in ogni frammento della storia, ad ogni angolo del rione. Il desiderio di riscatto di Lila e Lenù e di tutti i ragazzi come loro è in fondo lo stesso che oggi si percepisce nelle zone più problematiche delle nostre città. Un desiderio di non essere più da meno, di non essere più di meno, di non dover più abbassare la testa e idolatrare chi, con guadagni poco leciti, riesce a sopraffare la povera gente, calpestandone la dignità.

Un desiderio di fuggire da una società non disposta a valorizzare i sogni di una bambina. Le scarpe disegnate da Lila sono un’idea visionaria, nessuno ha mai concepito nulla di simile. Nell’ottica del padre, tuttavia, lo diventano soltanto quando sono considerate tali dai più ricchi del rione. Quasi come se essere ricchi significasse essere più intelligenti, avere potere di vita o morte anche su un’idea. E questo desiderio di cambiare, di non uniformarsi al grigiore dal quale si proviene, di non arrendersi ad essere lo specchio dei propri genitori, ha come trampolino da lancio la cultura, l’istruzione. La stessa che oggi svalutiamo e bistrattiamo, convinti che si riduca ad un misero pezzo di carta da esibire come un trofeo sufficiente a sancire la propria superiorità. La stessa che oggi ci ammorba e ci annoia perché troppo faticosa e a tratti inutile, se comparata a tutti i sotterfugi che potrebbero rimpiazzarla.

Che definizione paradossale, quella dell’inutilità dell’istruzione. Chissà cosa ne penserebbero i ragazzi degli anni ’60.

di Teresa Coscia

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