
Una sola immagine. Per ora. Altre giungeranno nel pomeriggio.
L’immagine è splendida di piccolissimi punti colorati. Pianeti, galassie, che talvolta si sfocano in linee.
Punti e schegge d’ogni colore su uno sfondo d’assoluto nero.
È questa la grandiosità di ciò che il James Webb Space Telescope ci ha donato, perché ci ha dato l’opportunità di vedere galassie «una volta invisibili per noi». Non solo, ma soprattutto quelle sfocature che paiono lucciole impazzite del loro stesso movimento, ci pongono davanti agli occhi, in maniera ineludibile, le deformazioni dello spazio-tempo ad opera delle masse galattiche.
Quelle curvature, il vecchio telescopio Hubble non le vedeva, ma il James Webb, che è il più potente strumento d’osservazione mai lanciato nello spazio, le ha colte.
«È qui – la più profonda e nitida visione infrarossi dell’universo finora: il primo campo profondo di Webb», scrive l’account della Nasa sulle sue pagine social.
Le parole sono sintomi, capirle significa comprendere in che direzione va il mondo. E quell’epifanica voce che professa «È qui», trafigge la corporeità del presente, dell’hic et nunc, e annuncia, con sapiente sicurezza, che oggi lo spazio conoscitivo del sapere umano ha espanso di qualche passo la propria estensione, così come lo stesso universo avanza espandendosi.
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