
Mutamenti nelle famiglie tradizionali, guerre, crisi di identità, scarsa sicurezza nel futuro, smarrimento dei valori, incertezze generali, incapacità di immaginare un futuro professionale (per i più grandi): sono questioni che possono far vacillare un adulto, figurarsi cosa può accadere nell’equilibrio dei più giovani.
Davvero difficile essere bambini o ragazzi in quest’epoca. Le crisi degli adulti si riflettono pesantemente sui più giovani, amplificando al massimo tutti i possibili problemi. Si tratta di questioni molto delicate e sulle quali si arrovellano tecnici come psicologi dell’infanzia, psichiatri, sociologi, antropologi, etc. Non si riesce a venirne a capo e nel frattempo gli atti antisociali spesso violenti si moltiplicano ogni giorno, provocando sgomento, perché se le nuove generazioni si smarriscono cosa sarà del futuro dell’umanità?
Pare potersi affermare che si tratta di problemi che hanno cause diverse che andrebbero conosciute tutte bene per poter essere efficacemente contrastati, altrimenti si rischia di agire in maniera incompleta e inefficace, come pare stia avvenendo anche di recente, lì dove si punta soprattutto su un irrigidimento del trattamento minorile.
È accaduto anche con le norme del decreto Caivano che però non sembra abbiano prodotto nell’immediato effetti positivi, considerati i sempre più frequenti episodi di violenza (anche armata) tra minorenni, gli altrettanto inspiegabili omicidi e gli insensati atti di aggressione che inquinano i rapporti tra ragazzi che dovrebbero essere sani e naturali. Sembra che la parola “bullo” sia diventata onnipresente, quasi assorbendo l’intera dimensione esistenziale dei nostri ragazzi.
Molti ritengono che la principale delle cause vada rintracciata nelle famiglie e nel rapporto con i genitori, che sembra essere costruito sempre più in termini paritari come una relazione d’amicizia, piuttosto che di educazione, come afferma anche l’art. 30 della Costituzione.
Probabilmente c’è del vero, così come nella considerazione che gli adulti moderni non sono più disposti a sacrificare le proprie libertà (anche quelle più effimere) e i loro progetti per dedicarsi più del minimo indispensabile ai figli, lasciandoli spesso in balia di assistenti elettronici, dei social e privi dell’attenzione che sarebbe necessaria per persone in crescita.
A tal riguardo, se c’è chi sostiene che è tempo di dire addio al buonismo e, dunque, di un richiamo alle responsabilità anche nei confronti dei più piccoli, per far comprendere che le cattive azioni generano conseguenze legali anche serie; dall’altro lato, c’è chi afferma come un approccio marcatamente repressivo possa anche rivelarsi controproducente, soffocando il grido di dolore che queste azioni esprimerebbero.
Ciò premesso, il decreto Caivano (decreto-legge n. 133/2023) ha formulato una serie di direttrici, tra le quali quella del contrasto alla dispersione scolastica. In particolare, l’art. 12 introduce un sistema articolato di misure per garantire il rispetto dell’obbligo di istruzione dei minori e prevede sia un rafforzamento delle responsabilità dei soggetti coinvolti, sia l’introduzione di nuove sanzioni penali per chi elude tale obbligo.
Anzitutto, si individua nel Sindaco uno dei principali attori della vigilanza sul rispetto dell’obbligo di istruzione dei minori. Secondo la nuova normativa, il sindaco ha il compito di vigilare sul rispetto dell’obbligo di istruzione utilizzando l’Anagrafe Nazionale dell’Istruzione (ANIST), che permette di individuare i minori non in regola. In attesa della sua attivazione, i dirigenti scolastici devono trasmettere al sindaco, entro ottobre, i dati relativi ai minori regolarmente iscritti. Il dirigente scolastico verifica inoltre la frequenza degli alunni e individua i casi di assenze ingiustificate superiori a 15 giorni (anche non consecutivi) in un arco di tre mesi. Se il minore non riprende la frequenza entro sette giorni dalla comunicazione al responsabile, il dirigente avvisa il sindaco, che emette un’ammonizione invitando il responsabile a regolarizzare la situazione. Costituisce elusione dell’obbligo scolastico anche l’assenza non giustificata di almeno un quarto del monte ore annuale personalizzato. In tali casi il sindaco procede con denunzia all’autorità giudiziaria, se il responsabile non prova di garantire altrimenti l’istruzione del minore o non giustifica l’assenza per motivi di salute o impedimenti gravi.
Particolarmente significativa è poi l’introduzione del nuovo reato di inosservanza dell’obbligo di istruzione dei minori (art. 570-ter c.p.), con abolizione della precedente contravvenzione di cui all’art. 731, c.p. Il reato punisce chi, ammonito dal sindaco, non adempie all’obbligo di istruzione del minore.
La norma prevede: la reclusione fino a 2 anni per chi, senza giustificato motivo, non iscrive o non presenta il minore a scuola entro una settimana dall’ammonizione; la reclusione fino a un anno per chi, ammonito a causa di assenze ingiustificate del minore, non dimostra di garantire altrimenti la sua istruzione o non giustifica con motivi validi l’assenza. Sono considerate giustificate le assenze legate a motivi di salute o ad altri impedimenti gravi, oltre a quelle previste da specifiche norme (ad esempio, per motivi religiosi ai sensi della L. 516/1988 e L. 101/1989). È previsto che si informi il procuratore della Repubblica presso il tribunale per i minorenni, che può adottare misure sulla responsabilità genitoriale per tutelare il minore. La violazione dell’obbligo di istruzione può incidere in termini di sospensione dell’Assegno di inclusione per i nuclei familiari.
Queste norme mirano a responsabilizzare i genitori e i tutori, a rafforzare i controlli da parte delle autorità locali e a introdurre conseguenze legali concrete per contrastare l’abbandono scolastico e l’elusione dell’obbligo di istruzione. Di certo, tali pratiche incidono pesantemente sul rischio di sbandamento dei minori, ma come detto se potenziare l’istruzione obbligatoria pare assolutamente appropriato, forse ancor di più lo sarebbe cercare di inoculare autenticamente etica e cultura civile ai ragazzi, anche se si tratta di un’impresa ardua.
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