
Libertà di stampa, un diritto che nel ventunesimo secolo dovrebbe essere sancito da ogni Carta Costituzionale del mondo. Ma quanto accaduto in Russia, nell’ambito del conflitto russo-ucraino, lascia trasparire che chiaramente non è ancora così.
Nella giornata di sabato, nel pieno del terzo giorno di una guerra che sta attirando l’opinione pubblica mondiale, Roskomnadzoril, il servizio russo di controllo sulle comunicazioni e i media, ha “avvertito” alcune testate russe indipendenti di fare attenzione a come coprono il conflitto in terra ucraina e di utilizzare termini appropriati per non diffondere notizie false. Nel mirino di Roskomnadzoril sono finite soprattutto due parole specifiche: “guerra” e “invasione“, termini che i quotidiani russi hanno adoperato più volte per descrivere gli attacchi bellici da ambo le parti, ma che non sono stati ritenuti opportuni da Mosca, che all’invasione iniziata 5 giorni fa preferisce dare il nome di “operazione militare speciale per un processo di denazificazione in Ucraina”.
I giornali ora sono avvisati: se le informazioni verranno ritenute false dal governo o dal servizio di controllo sui media, esse saranno bloccate e, inoltre, ci sarà una multa salata fino a 5 milioni di rubli. Ma non è finita qui. L’authority russa che “controlla” i media è attenta e vigila anche su un altro dato, quello relativo al numero delle vittime civili del conflitto, puntando il dito contro alcuni servizi giornalistici considerati privi di informazioni accurate sul bombardamento nelle città ucraine e sui morti civili.
Secondo il Guardian, sotto i riflettori ci sarebbero finite una decina di testate. Invasione, guerra e numero di civili morti: due parole ed un numero che da ieri è vietato utilizzare, pena una enorme ritorsione economica e, forse, qualche altra minaccia.
È censura! Mosca ha letteralmente impedito di espimersi nel modo che si ritiene più appropriato e giusto. Ha vietato la diffusione di informazioni di guerra che non abbiano l’approvazione del governo, reprimendo quel principio fondamentale e caro a tutte le democrazie della terra, la libertà di stampa.
Tutto sommato, non dovrebbe scandalizzare troppo l’obbligo imposto da Mosca. La Russia si basa su un sistema piramidale, dove al vertice si posizione una sola figura con pieni poteri. La democrazia non è mai stata garantita e, forse, nemmeno la libertà di esprimere la propria opinione è concessa. Ne costituiscono una testimonianza tutti gli oppositori politici di Putin, tra cui Aleksej Navalny, attivista finito dietro le sbarre per le sue concezioni contrapposte alle idee del Cremlino. Tuttavia, era da tempo che non si assisteva a quanto accaduto sabato: una dichiarazione o uscita pubblica che dia una pugnalata alla libera informazione.
È il potere che batte la stampa. È una sconfitta. Sicuramente per il giornalismo, o per tutti i paesi promotori dei valori fondanti democratici, per libertà e uguaglianza. Ma è una sconfitta soprattutto per i colleghi russi indipendenti che ancora credono e sperano che qualcosa possa cambiare nella loro terra.
La libertà di stampa non può essere repressa. Dopo il periodo delle veline fasciste, informazioni manipolate e confezionate dal regime mussoliniano che venivano pubblicate sulle pagine dei giornali, l’Italia se ne accorse e, nel decennio del referendum grazie al quale gli italiani scelsero il sistema repubblicano, fu introdotta la nuova legge sulla stampa (legge 8 febbraio 1948 n. 47) che abrogava le disposizione del passato regime fascista e di fatto sanciva la libertà di stampa. Se ne accorsero molto prima gli Stati Uniti, nel 1787, ben 232 anni fa. I padri costituenti americani decisero addirittura di piazzare quella libertà sacra nella casella del primo emendamento della loro costitizuone. Se ne sono accorti gli altri paesi occidentali e dell’Europa, nei quali vige la democrazia. Manca ancora uno step, un blocco di paesi in cui è necessario che le cose cambino, Russia compresa.
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