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COPERTINA - Peppe Barra, l'attore senza maschere

Tommaso Morlando
Tommaso MorlandoRedazione Informare
3 marzo 20176 min di lettura

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COPERTINA - Peppe Barra, l'attore senza maschere

Indice (1)

  • 1Peppe Barra, l’attore senza maschere e la sua Cantata, un grande calderone, dove trova spazio di tutto. A parte il carattere “sacrale”, ha come filo conduttore l’umanità, va sempre espandendosi ed è sempre attuale, in qualsiasi modo la si rappresenti e qualsiasi tematica affronti. Tra queste, la fame, metaforica e non solo

Peppe Barra, l’attore senza maschere e la sua Cantata, un grande calderone, dove trova spazio di tutto. A parte il carattere “sacrale”, ha come filo conduttore l’umanità, va sempre espandendosi ed è sempre attuale, in qualsiasi modo la si rappresenti e qualsiasi tematica affronti. Tra queste, la fame, metaforica e non solo

 

Immagine articolo
Peppe Barra, La Cantata dei Pastori e la vita

 

La “Cantata dei pastori” di Peppe Barra è un appuntamento imperdibile per i cultori del teatro napoletano, e non solo. Nata nel 1698 ad opera di Andrea Perrucci, originariamente era (a dispetto del titolo) una messinscena priva di musica e a carattere esclusivamente sacro.

Rivoluzionata, nel vero senso del termine, da Peppe Barra, che la porta in scena con grande successo dal 1975, è diventata una sorta di rappresentazione wagneriana, un’”opera d’arte totale” che include musica, danza, recitazione, giochi di luce e ombre e momenti di autentica poesia. Insomma, davvero spettacolare.

Questo è stato l’intento che animò Peppe Barra, sin da quando decise di portare in scena questo spettacolo: rendere meno tediosa la rappresentazione, ravvivandola con sketchs sempre nuovi e con battute, talvolta un po’ colorite.

Le musiche, eseguite dal vivo grazie alla bravura dell’orchestra, portano la firma di Roberto de Simone, Lino Cannavacciuolo, Paolo Del Vecchio e Luca Orciuolo. Esse fanno da vera e propria cornice ai due protagonisti e ai tanti personaggi che popolano il racconto, che si chiuderà magnificamente con la bellissima scena della Natività.

L’intero spettacolo è una gigantesca metafora dell’esistenza umana e della stessa città di Napoli, dove i grandi problemi e le piaghe profonde che la segnano da anni, sono rappresentate da Belfagor e dalla sua nutrita legione di diavoli, che, per quanto si ostinino con tutte le forze a dominare il bene, alla fine verranno sconfitte dall’Arcangelo Gabriele e dalle potenze celesti.

 

Peppe Barra
Peppe Barra
Peppe Barra

 

Seduti in una platea ormai vuota, sipario rosso calato ed echeggiare di colpi di martello, a mo’ di chiacchierata tra amici, col suo inseparabile cagnolino in braccio, Peppe apre il suo cuore e confessa la sua amarezza. Immaginando un Razzullo, personaggio da lui interpretato all’interno della “cantata”, che fa appello alla cultura di oggi, lo vedrebbe piangere. Piangerebbe perché “la cultura è bistrattata molto dalla politica, non ne ha più alcun rispetto. Purtroppo i tempi sono cambiati, ed anche i gusti ma non il cuore dei giovani” verso cui ripone la speranza che possano ribellarsi all’apatia culturale che stiamo attraversando. «Si potrebbero suggerire tante cose non esauribili in una intervista – precisa – ma sicuramente comincerei con un caloroso appello alla coscienza dei politici. Stiamo attraversando un brutto periodo: il politico di professione pensa sempre e solo a se stesso e non a quello che dovrebbe fare. E questo vale a tutti i livelli, dicono di pensare al popolo ma, nei fatti, è tutt’altra cosa. Viviamo una politica sbagliata, irriverente. Non mi piace per niente essere italiano in questo momento. Vorrei essere una persona nata in un’altra nazione, non in Italia. Perché è tutto sbagliato… Tutto! Non c’è una cosa fatta bene!».

 

Peppe Barra
Peppe Barra
Peppe Barra

 

Provando a cercare una qualche forma di riscatto nell’arte, nella cultura, nel teatro, ancora una volta emerge lo sconforto legato all’assenza di modelli che oggi lasciano molto a desiderare. «I modelli del passato per i giovani molto spesso sono cancellati da ciò che vediamo in televisione. I grandi attori italiani se ne sono andati, quelli che contavano nel teatro italiano non ci sono più. Al posto loro, invece, ci sono persone che non hanno la stessa tempra… Io stesso, ogni anno, mi arrabatto e combatto per fare la “Cantata”, uno spettacolo che amo e rappresento ormai da cinquant’anni, non senza sacrifici».

Ecco l’emozione, la speranza ancora viva che offre l’occasione di portare a galla la differenza tra le emozioni delle diverse rappresentazioni. «Fin quando ci sarò io la “Cantata”andrà sempre avanti ed avrà momenti di gloria, perché io la proteggo, la amo, la riscrivo, la rappresento. Ultimamente, con Nunzio Areni (il produttore), abbiamo fatto di tutto per rinverdirla e darle anche una nuova veste. L’abbiamo portata al Teatro dell’Opera di Catania, riscuotendo un gran successo, è diventata anche un’opera lirica, con un’orchestra di cinquanta elementi ed un coro. Rivalutandone un po’ tutta la tematica, è diventata uno spettacolo importante».

La Cantata è un grande calderone, dove trova spazio di tutto. A parte il carattere “sacrale”, ha come filo conduttore l’umanità, va sempre espandendosi ed è sempre attuale, in qualsiasi modo la si rappresenti e qualsiasi tematica affronti. Tra queste, la fame, metaforica e non solo. «È una fame di tutto. Fame di cultura, di politica, di buon governo». Tutto ciò che la Cantata prova a trasmettere dall’8 dicembre, quando s’allestisce il presepe, al 6 gennaio, in coincidenza con la chiusura delle festività natalizie. Tuttavia, lo spettacolo viene rappresentato anche al di fuori del periodo canonico: in estate, per esempio, in Portogallo e Normandia dove ha avuto un incredibile successo.

Ma quel che conta più di tutto è il rapporto con Napoli, «sempre bello, interessante; è un rapporto d’amore, perché io sono napoletano. Vivo in questa città che spesso non mi dà gioia ma anche dolori, però la amo lo stesso. Tra l’altro, se non fossi napoletano, non avrei potuto essere quello che sono. Il pubblico, poi, è sempre affettuoso con me e da loro traggo il maggiore divertimento. Perché io mi devo divertire. Se non mi diverto io, non faccio niente».

Perché a Napoli, come nella vita, anche l’oscurità più fitta non impedirà mai al sole di mostrare i suoi raggi.

di Annamaria La Penna e Teresa Lanna
Foto di copertina Antonio Pascarella

Tratto da Informare n° 167 Marzo 2017

 

Tags
  • #Cantata dei Pastori
  • #Nunzio Areni
  • #peppe barra
Tommaso Morlando
Redazione Informare

Tommaso Morlando

Giornalista - Fonda l'associazione "Centro Studi Officina Volturno" nel 2002 e di conseguenza anche il Magazine INFORMARE. In un territorio "difficile" è convinto che attraverso la cultura e l'impegno civico sia possibile testimoniare la legalità contro ecomafie e camorra. Liberi e indipendenti da ogni compromesso personale e partitico. Il nostro scopo è quello di fare corretta e seria informazione, dando voce ai più deboli e alle "eccellenze" dei nostri territori che RESISTONO. Abbiamo una storia ancora tutta da scrivere e da raccontare, ma la faranno i nostri giovani, ormai il seme è germogliato e la buona informazione si sta auto-diffondendo.

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