
I problemi ci accompagnano quotidianamente. Ciò che fa la differenza non è tanto il problema quanto la nostra percezione e l’importanza che diamo allo stesso. Spesso diamo la colpa delle nostre mancanze o incapacità di realizzare i nostri sogni al passato. O meglio, ai traumi a cui associamo le immagini e le riproponiamo ogni qual volta si presenta un problema. Fissarsi sull’idea che la causa delle sofferenze attuali sia nella nostra storia passata equivale a chiudersi in gabbia da soli. Il pensiero e il focus sugli eventi superati ci sottraggono le energie costruttive necessarie a realizzare i nostri desideri ed obiettivi, generando confusione e distogliendoci dal percorso di crescita. Il primo passo per superare un problema consiste nell’innalzamento del livello di coscienza.

Negare il dolore o prolungarlo: atteggiamenti da evitare
Quando ci sentiamo feriti da qualcuno o quando una situazione ci fa star male, il rischio è di scegliere tra due reazioni diverse, in qualche modo opposte tra di loro, ma entrambe sbagliate.
Far finta di niente e ignorare tutto

Non diamo il tempo necessario all’anima per formare “la cicatrice” con il risultato che la ferita scende in profondità e continua a “sanguinare” nell’ombra.
Rendere la ferita un vero “sfregio”

Inoltre, corriamo il rischio di idealizzare l’accaduto trovando il rifugio in un mondo inesistente e di bloccarci.

I problemi che incontriamo servono a farci evolvere
Esistono due scuole di pensiero sull’importanza psicologica da attribuire a traumi subiti nel passato. La prima ritiene ritiene che la storia personale sia tutto ciò che conta e che i nostri disagi dipendano dalle cause esterne e dai traumi che abbiamo subito in passato. In questo modo non ci si avvia verso la guarigione, anzi si creano nuove resistenze e barriere. In questo modo, rivivendo nella nostra mente il passato, non facciamo altro che solidificarci nel ruolo delle vittime.
Il secondo approccio, invece, ritiene che il disagio non derivi dall’esterno, ma che svolga una funzione evolutiva. Siamo noi a produrre i malesseri, per questo abbiamo già tutte le soluzioni dentro di noi. La sofferenza ha un senso per la nostra crescita e, come direbbe Jung, ci indirizza verso il percorso della nostra individuazione.
Il dolore scorre e se ne va: i problemi svaniscono spontaneamente

Non è un evento statico né un monumento. Più lo pensiamo come qualcosa di fisso e rigido, più durerà.
Al contrario, se lo viviamo in maniera naturale e lo vediamo come un qualcosa di fluido, avrà uno svolgimento, con un inizio e soprattutto una fine.
L’autoguarigione è un processo naturale e spontaneo attraverso cui superiamo traumi e ferite. Dopo la ferita sul corpo resta un segno tangibile: significa che abbiamo metabolizzato il trauma e andiamo oltre.
Ma se la cicatrice non si forma è perché riapriamo ogni volta la ferita ripensandoci.
“Non pensare mai di essere speciale perché soffri: è successo a tutti”.
Il peggio che possa capitare non è avere una brutta esperienza, ma pensare di essere segnato dall’averla vissuta.
E’ importante prendere il nostro tempo dopo il trauma subito per elaborare l’evento doloroso. Nei momenti di profonda sofferenza la nostra anima desidera il buio, l’isolamento e il pianto. Il nostro compito consiste nel lasciarsi trasportare dal processo spontaneo di guarigione della nostra anima evitando la negazione e la solidificazione del trauma.
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