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Rivogliamo il mondo che ci stava stretto

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25 marzo 20204 min di lettura

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Rivogliamo il mondo che ci stava stretto

Ormai non contiamo più i giorni di quarantena già vissuti, né è possibile immaginare quanti ancora ne vivremo.

In un mondo scandito da scadenze, è destabilizzante ritrovarsi improvvisamente fermi, immobili, sospesi. Senza più treni da prendere, impegni da incastrare. Senza più trovarsi improvvisamente imbottigliati in una coda di macchine chilometrica, proprio dieci minuti prima dell’inizio delle lezioni, a cui si arriva puntualmente in ritardo per l’immancabile macchina non propria parcheggiata di traverso, in corrispondenza del portone e nessuno a degnarsi di spostarla.

La mia stanza affaccia su una delle strade più trafficate della città. Sono cresciuta nella mia roccaforte con il sottofondo costante dei rombi dei motori, con lo stridore del clacson arrabbiati, con le urla dei passanti a salutarsi dalle due sponde opposte del marciapiede, salvo poi attraversare verso una delle due, la mia, per raccontarsi della propria vita a partire dai dieci anni precedenti a quel momento, perché “ne è passato di tempo”.

Mi hanno sempre chiesto come facessi a vivere e a studiare così: troppo caos, troppo rumore, e non ho mai capito perché. Mi sono assuefatta a quel rumore al punto da non percepirlo più. E me ne rendo conto soltanto in questo momento. È impressionante osservare la strada desolata nell’orario di punta, una sorta di “waste land” arida e priva di relazioni umane, per quanto ipocrite fossero. La gente attende pazientemente il proprio turno fuori i supermercati, in fila rigorosamente in guanti e mascherina e ad un metro di distanza, forse anche due o tre. Non si attraversa più la strada per raggiungere qualcuno, la si attraversa per allontanarsi: neanche più la passione per il gossip nostrano ci tiene in vita.

Noi, che non rispettiamo neanche il silenzio religioso consono alla commemorazione dei defunti, il due novembre, rendendo il cimitero un macabro luogo di ritrovo a cadenza annuale per parenti estranei l’un l’altro per i restanti 364 giorni dell’anno, temiamo anche l’avvicinarsi di un amico. Privati delle sfaccettature più banali della nostra quotidianità, ci ritroviamo chiusi in casa fra quattro mura asfissianti, bombardati da iniziative di tutti i tipi, che provano invano a tenerci incollati allo schermo del computer o a quello della tv (come se ce ne fosse bisogno), pur di evitare che la nostra mente accarezzi anche solo lontanamente l’idea di portare a spasso il cane che non abbiamo.

Eppure, la vita è curiosa. La trascorriamo lamentandoci di non aver mai tempo per nulla e adesso, che ne abbiamo in abbondanza, non sappiamo che farcene. Nutriamo tutti il desiderio di ritornare ad una realtà che ci è sempre stata stretta. Paradossalmente, talvolta, abbiamo detestato anche le cose più piacevoli della nostra vita ordinaria: un sabato fuori, un’uscita con gli amici, acconsentendo per poi cercare disperatamente una scusa per restare a casa, chiusi fra le stesse quattro mura che ci soffocano oggi, per staccare la spina da tutta quella frenesia. Probabilmente, la cosa che più ci fa sentire il bisogno impellente di uscire di casa, in questo periodo così complesso della nostra storia, è il non poterlo fare, è non avere possibilità di scegliere. Il potere decisionale è la conditio sine qua non dell’uomo contemporaneo, gli consente qualsiasi tipo di vezzo e stravaganza.

Lo fa sentire un po’ un superuomo al centro del mondo, con infinite possibilità di scelta, inclusa quella di privarsi di qualcosa soltanto per il gusto di farlo. E quando poi sopraggiunge la vita e lo costringe a privarsene, seppur momentaneamente, non ne può più fare a meno. La classica incapacità, tutta umana, di non saper fare di necessità virtù. Ma, necessità o virtù che sia, c’è poco da fare in questo momento: dura lex sed lex. Torneranno i tempi di gloria, e tutto quello che vorremo, dopo l’entusiasmo iniziale, sarà starcene comodamente seppelliti sotto un piumone, a desiderare di fare tutte le cose che non possiamo per il poco tempo libero che, pur avendo avuto, non abbiamo sfruttato.

di Teresa Coscia

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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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