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Sant’Antimo, per lo Stato una prova di sovranità

Redazione Informare
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31 marzo 20214 min di lettura

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Sant’Antimo, per lo Stato una prova di sovranità

Rione 167-219: a causa della urbanizzazione selvaggia, da anni, la periferia di Sant’Antimo è perfettamente agganciata al centro del paese. Così tanto agganciata, da essere a tratti indistinguibile.

Il rione 219 è il quartiere più giovane della città, in termini di età media dei residenti. E, allo stesso tempo, è il pezzo di città che vanta il tristissimo primato di più alta incidenza di contatto tra minorenni e istituzione dell’esecuzione penale.
Una situazione emersa chiaramente dalle due maxi operazioni della DDA su Sant’Antimo: operazione Omphalos e operazione Antemio, che certificano una attenzione bipartisan della magistratura tanto alla vecchia quanto alla nuova camorra santantimese.
Dalla operazione Antemio sono emerse le dinamiche del tentando omicidio di Maggio Pasquale per il controllo dei traffici di droga nel rione di Sant’Antimo, la cui conduzione è ad appannaggio del clan Verde, sebbene i proventi vengano divisi anche con gli altri clan santantimesi. Secondo la DDA, Russo Agostino, reggente del clan Verde, sarebbe stato il mandante del tentato omicidio di Pasquale Maggio (i cui esecutori materiali sarebbero stati, invece, Ronga Filippo e Bortone Cesario). Una vicenda che si inquadrerebbe negli eventi dilettosi connessi al controllo delle piazze di spaccio in sinergia tra i clan Verde-Ranucci.
Grazie alla operazione Antemio sono emerse anche chiaramente le modalità attraverso le quali venivano inquinate le elezioni nel Comune di Sant’Antimo. Sono numerose le intercettazioni su ex amministratori comunali e di loro parenti che alle elezioni comunali del 2017 raccoglievano ingenti somme di denaro da elargire agli elettori delle case popolari, che avevano ceduto il loro voto. 
Da decenni sono sempre gli stessi nomi e gli stessi cognomi, sembra di essere di fronte ad una vera e propria macchina del tempo: Verde, Puca, Petito, Ranucci e le antiche stagioni del gangsterismo santantimese. Certo: tra le strade non si spara più da anni. L’ordine chiaro è stato quello di un inabissamento generale: se non si fa sangue, si riesce a portare avanti i traffici criminali in modo più tranquillo. E di tranquillità i clan hanno assoluto bisogno. Nelle intercettazioni lo dicono anche i boss: i soldi (circa 500 euro al mese) necessari per mantenere le famiglie, con tutti questi carcerati, non bastano mai. Quindi, avanti con lo spaccio, avanti con le estorsioni.
Così, da anni, a causa di politici corrotti e dei clan, dire palazzine o case popolari a Sant’Antimo significa dire espressamente camorra, piazze di spaccio, estorsioni, corruzione elettorale, omertà. In questi giorni sui giornali si è tornato a parlare del Rione 219 di Sant’Antimo (la città da cui Ciro Chirollo e Domenico Romano, i due presunti rapinatori morti a Marano provenivano), perché sono apparsi striscioni a loro dedicati e poi rimossi dai carabinieri della tenenza di Sant’Antimo. È una risposta dello Stato all’anti-stato, certamente. Ma non consente di dire che a Sant’Antimo è tornata la legalità.

La triste vicenda della rapina di Marano deve, però, rappresentare una occasione per stabilire come agire sulle radici di un disagio profondo, che in alcune zone di Sant’Antimo ha una storia trentennale di esclusione e marginalizzazione. Retate e processi da soli non bastano per fornire una risposta concreta alle necessità di tanta parte della cittadinanza di quei quartieri. La sfida che lo Stato deve vincere non è quella della repressione e neppure quella della prevenzione. In questi rioni vigono ormai leggi diverse da quelle dello Stato: la sfida allora è il recupero della sovranità dello Stato in queste zone.

Non si può continuare ad ignorare che qui la camorra offre una alternativa economicamente concreta rispetto a quella dello Stato, di cui nessuno si fida, nemmeno tra i ceti più ricchi. Anni fa qualcuno penso’, ad esempio, di mettere drappi neri ai balconi per protestare contro il degrado del quartiere: le finestre rimasero quasi tutte intonse.

È necessario tornare a credere nello Stato per non consegnare interi pezzi di territorio a chi per sporchi interessi ha reso questi rioni impermeabili alla legalità, dove lo Stato è sostituito da un anti-stato che condanna i suoi sudditi ad un degrado perpetuo. Gli sforzi non mancano, in termini di progetti, da parte delle istituzioni, che attualmente reggono il Comune di Sant’Antimo a seguito dello scioglimento dell’amministrazione comunale per infiltrazioni della criminalità.  Però, è un problema che non può avere soltanto risposte in termini di rigenerazione urbana, ma deve accettare un’operazione reale che incida direttamente sul welfare soprattutto dei giovani. In termini di cultura ed in termini concreti di opportunità di vita.

Di Redazione Informare

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  • #operazione Antemio
  • #operazione omphalos
  • #sant'antimo
  • #Stato
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Magazine mensile, gratuito, di promozione culturale edito dal "Centro Studi Officina Volturno", associazione di legalità operante in campo ambientale, sociale e culturale.

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