
Questa volta a finire nel mirino dei cyber-attacchi è stata la Società Italiana Autori ed Editori. Il gruppo Everest, tramite un ransomware, è riuscito a sottrarre 60 gigabyte di dati. Tra questi anche dati sensibili come carte di identità e indirizzi. Circa 28mila documenti sono stati messi in vendita sul dark web.
La Siae ha dato conferma della richiesta di riscatto, ma ha fatto sapere che alla stessa non verrà dato seguito. Autori ed editori vittime dell’attacco sono stati debitamente informati dalla società che nel frattempo ha già sporto denuncia alla Polizia Postale e al Garante Privacy.
Non è la prima volta che un sito istituzionale o aziendale italiano viene attaccato tramite un ransomware. Risale a luglio l’ultimo cyber attacco perpetrato con questa modalità. Quella volta “vittima” fu il sito della Regione Lazio che fu reso inaccessible agli utenti per la prenotazione del vaccino anti covid-19.
Il ransomware è un virus informatico molto diffuso che permette di rendere inaccessibili i dati oggetto di attacco. Il passo successivo è di solito la richiesta di un riscatto dietro la minaccia della pubblicazione in rete.
Questo attacco alla Siae, tuttavia, è caratterizzato da un modus operandi atipico. Lo ha spiegato Riccardo Meggiato, tra i maggiori esperti italiani di cybersecurity, che microfoni di Lapresse ha dichiarato: “Di solito la nuova tendenza è fare un doppio trucco: si rubano i dati e, se non viene pagato il riscatto, vengono resi pubblici. Qui sembra che ci sia stato un passaggio in meno: i criminali informatici, probabilmente, si sono già giocati la prima carta”. I dati “potrebbero essere a pagamento: gli hacker sapevano forse che non avrebbero incassato il riscatto e quindi hanno deciso di far cassa” ha concluso Meggiato.
di Ilaria Ainora
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