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Magazine di promozione culturale, periodico mensile gratuito, che nasce nel 2002 a Castel Volturno, fondato da Tommaso Morlando, in concomitanza con una forte attività associazionistica praticata dal Centro Studi Officina Volturno sul territorio, in termini di salvaguardia ambientale e testimonianza contro la criminalità organizzata.

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Siria: torture e prigionia a un passo dall'Italia

Redazione Informare
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6 gennaio 202110 min di lettura

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Siria: torture e prigionia a un passo dall'Italia

Il nostro viaggio nelle carceri della Siria, con testimonianze esclusive di ex detenuti e delle loro famiglie

Idetenuti non hanno nessuno tranne noi e noi non abbiamo nessuno tranne i detenuti. Spero che il mondo guardi alle condizioni dei detenuti e li rilasci dalle prigioni del regime spregevole di Bashar Al-Assad.
Quando una persona entra in prigione è perché ha un’accusa valida che lo porterà in cella. In Siria, invece, finisci dietro le sbarre quando chiedi libertà, dignità e di vivere in sicurezza.

A causa di semplici parole, o frasi, si entra in prigione a vita in questo paese sottoposto al regime criminale di Bashar Al-Assad. I crimini del regime sono innumerevoli e nel territorio siriano sono presenti diverse prigioni, che noi chiamiamo comunemente “macelli umani”. Il nome è dettato dal fatto che nelle carceri il regime commette gli atti più atroci: tortura a morte, mutilazione dei deceduti e barbari omicidi.
Nel marzo del 2011 c’è stato l’avvio delle proteste nel nostro Paese, con diverse manifestazioni in tante città siriane. La scintilla della “rivoluzione siriana” è arrivata dalla città di Daraa, quando molti bambini hanno scritto frasi di protesta sui muri della loro scuola. Il regime ha arrestato due di quei bambini: Hamza Al-Khatib e Muawiya Sayasna. Hamza è stato arrestato da un posto di controllo di sicurezza siriano nei pressi delle abitazioni di Saida a Horan, il 29 aprile 2011.

Dopo un po’ da quel giorno, il suo corpo venne consegnato alla famiglia con segni di tortura e proiettili, precisamente una pallottola al braccio destro, una al sinistro e un terzo al petto. Il suo collo era rotto e il suo corpo era mutilato: gli erano stati tagliati i genitali. Muawiya Sayasna subì 45 giorni di detenzione, con interrogatori brutali in cui gli sono state rotte le dita ed è stato torturato con scosse elettriche, come lui stesso ha dichiarato a un’agenzia di stampa il 13 marzo 2018.
Questa è solo una piccola premessa prima di iniziare il nostro viaggio tra le carceri del regime di Assad; un viaggio fatto di testimonianze esclusive da parte di familiari di prigionieri e di ex detenuti del regime.
Iniziamo con una testimonianza che ho difficoltà a raccontare giornalisticamente, ma ci provo. Mio padre è stato arrestato dal regime quattro anni fa, nei pressi del confine siriano-libanese nella zona di Daddousah. È stato il giorno più difficile della mia vita, ho provato confusione, oppressione, tristezza e dolore quando l’autista del bus, su cui era mio padre, mi ha avvisato dell’improvviso arresto.

Per capire realmente il mio dolore bisogna immergersi nel contesto: le carceri del regime di Assad non conoscono né misericordia né perdono per nessuno, sono esperti nella tortura fregandosene se hanno davanti uomini, donne o bambini.
Mio padre è stato detenuto per quasi un mese ed è stato rilasciato solo perché non avevano un briciolo di motivo per arrestarlo, dato che avevano confuso il suo nome con quello di suo cugino (dissidente del regime). Mentre era in prigione ha assistito alle più gravi torture.
Nonostante la sua vecchiaia, gli effetti delle percosse erano ben evidenti sul suo corpo, sulla schiena, sulle gambe e, inoltre, appena uscito non era in grado di camminare bene.

«Sentivo le urla dei prigionieri e le torture – ha affermato mio padre – sentivamo le guardie parlare tra di loro dicendo che per noi sarebbe finita, che eravamo destinati a morire e parlavano di come i corpi sarebbero stati caricati in auto e trasportati da qualche parte. Non ci hanno fornito cibo e acqua per diversi giorni.
Ci lasciavano andare in bagno per pochissimo tempo, una volta al giorno, e dopo quei pochi minuti saresti stato costretto a tornare in cella indipendentemente se avessi finito o meno. Pregavo affinché uscissi il prima possibile da lì, anche morto».
Una situazione drammatica ben inquadrata dai dati dello SNHR, la Rete siriana per i diritti umani, fondata nel giugno 2011.

Quest’ultima è un’organizzazione indipendente non governativa e senza scopo di lucro, fonte primaria per le Nazioni Unite e per organi come Il Ministero degli Esteri tedesco su tutte le statistiche relative al bilancio delle vittime in Siria.
Il SNHR riporta 14.298 morti accertati a causa delle torture imposte dai vari soggetti che animano il conflitto siriano (Forze del regime, gruppi islamici terroristi, forze democratiche siriane, fazioni di opposizione armata e forze politiche non identificate). Secondo questo report il 98,83% delle vittime è stato torturato dalle forze del regime di Assad.

Questa enorme banca dati sui metodi di tortura effettuati nelle carceri siriane è a disposizione di tutti e la si può trovare sul sito del SNHR, dobbiamo pensare che quest’ultimo ha verificato l’uso di ben 72 metodi di tortura all’interno delle celle del regime.
Continuiamo il nostro viaggio non solo tra le testimonianze di coloro che hanno subìto direttamente gli orrori delle torture, ma andando ad ascoltare le famiglie dei prigionieri, lasciate senza alcuna notizia dei loro cari.
«Sono Abdul Majeed, il padre del giovane Muhammad Abd al-Majid al-Omar, nato nel governatorato di Idlib. Mio figlio Muhammad ha completato il servizio militare con l’esercito del regime prima dell’inizio del conflitto in Siria, non è sposato e non ha mai avuto problemi con nessuno.
Era solito andare in Libano per lavorare, ma l’ultima volta mi aveva detto di voler andare a trovare suo fratello ad Aleppo». Dopo aver constatato la volontà del figlio di volersi recare da suo fratello, Abdul gli ribadisce che non è sicuro tornare nelle zone controllate dalle forze del regime, ma Muhammad non era d’accordo, rassicurandolo di aver già passato decine di posti di blocco nel tragitto dal Libano alla Siria.

«Mio figlio è stato arrestato in uno dei posti di controllo verso Aleppo. Gli hanno preso la sua carta d’identità, che era già rotta, l’hanno riempito di insulti e di percosse per poi gettarlo nell’auto diretta in prigione».
Abdul afferma, inoltre, che un ufficiale del posto di controllo l’ha rassicurato dell’imminente liberazione di suo figlio, dato che non vi era alcun serio motivo per arrestarlo, se non un documento d’identità rotto.
«Durante la sua prigionia ci sono stati degli scontri in questa zona, così il checkpoint è stato spostato e i prigionieri arrestati in quest’area sono stati trasferiti in un’altra prigione. Ho chiesto ovunque, ma nessuno sa nulla di lui». Da quattro anni Abdul non chiede più di suo figlio e vi chiedo di soffermarvi sulle prossime parole, per chiederci insieme cos’è la vita poco distanti dall’Italia.
«Una persona mi ha detto che mio figlio Muhammad era nella prigione di Sednaya – afferma Abdul – altra gente mi ha proposto di pagare per la sua liberazione, ma io non pago finché non sono sicuro che libereranno mio figlio, finché non sarò in contatto con lui.
Chiedono un importo che va dai 10mila ai 15mila dollari. Non ci sono notizie su dove si trovi e non possiamo appellarci ad alcun tribunale essendo in una zona liberata».

Fino a quando Abdul riceve una foto di un cadavere torturato su un lettino, una foto di forte impatto che evitiamo di pubblicare per non urtare la sensibilità di nessuno.
«Poco tempo fa mio nipote mi ha inviato una foto che mi ha lasciato estremamente turbato… il ragazzo nella foto sembra proprio mio figlio Muhammad – afferma con immensa tristezza Abdul – Lo hanno confermato anche i miei fratelli, c’è tanta somiglianza… penso che all’80% sia lui quel cadavere. Da quando mio figlio è stato arrestato gli auguro la morte, nelle prigioni verrebbe unicamente torturato, al loro interno nessuno conosce pietà o umanità».
E ora passiamo alla testimonianza di Ghassan Maroun Al-Saleh, dal villaggio di Al-Tamanah, a sud di Idlib. Ghassan è stato arrestato all’età di sedici anni, nel 2016, e ha deciso di condividere in esclusiva con noi la sua storia nell’inferno delle prigioni del regime.
«Sono stato arrestato mentre andavo nella città di Morek, per lavorare con altri giovani. I soldati al posto di blocco mi hanno tirato giù dall’auto su cui ero seduto, hanno preso la mia carta d’identità e mi hanno arrestato. Ho subìto percosse, insulti e torture durante la mia prigionia.

All’interno di ogni cella ci sono circa venti persone, all’interno di uno spazio di 1,5 m².
Quando i carcerieri entrano ed escono dalla cella ci insultano, ci torturano e ci tolgono tutti i vestiti; per i pasti ci davano una pagnotta di pane ogni quattro persone». Abbiamo chiesto a Ghassan di raccontarci degli abusi subìti durante la reclusione: «Ogni detenuto ha il tipo di tortura che deve scontare, a me sono state tagliate le unghie con un attrezzo affilato, mi hanno impiccato e mi hanno legato a delle catene. Come puoi vedere, i segni delle torture e delle percosse sono ancora sul mio corpo.

Nella prigione non c’è distinzione tra un bambino e un ragazzo, o tra un anziano e una donna, la tortura investe tutti. Ci mettevano davanti una foto di Bashar al-Assad e costringevano a inchinarci per venerarlo.
Anche io mi inchinavo, lo facevo solo per fermare il dolore e le torture. Ho visto diversi detenuti morire a causa delle torture».
Ghassan ha pensato spesso di essere ormai condannato a morte, una convinzione motivata da chi conosce le carceri siriane e sa quanto sia difficile lasciarle in vita. Ma Ghassan ci è riuscito grazie alla sua famiglia che ha pagato una sostanziosa somma per la sua liberazione (più di 5mila dollari), intermediando con funzionari e shabiha, questi ultimi sono una “milizia civile” a base settaria che agisce a sostegno di Baššār al-Asad senza alcun titolo di ufficialità: «Quando una delle guardie mi ha avvisato che sarei stato liberato il giorno successivo, ero convinto che mi stessero prendendo in giro, così ho vissuto il mio ultimo giorno in prigione come l’ultimo della mia vita.
Ero convinto dovessi morire e mi chiedevo che torture mi sarebbero aspettate. Quando urlarono il mio nome quel giorno, fui condotto in tribunale dove il giudice sentenziò il mio rilascio. Mia madre e mio padre mi aspettavano pieni di lacrime. La mia mamma sembrava aver partorito di nuovo suo figlio».

Ma Ghassan non tornò lo stesso prima: «Uscito dal carcere il mio peso non superava i 45kg ed ero molto malato. Ho affrontato un lungo periodo di cure ma, ancora oggi, mentre dormo, sento urlare i detenuti e mi sale la sensazione di una prossima tortura.
Il mio messaggio al mondo è di guardare i detenuti e le loro condizioni all’interno della prigione e di sforzarsi di fare pressione su Bashar Al-Assad per farli uscire dalle prigioni».
La vera domanda che mi perseguita ogni giorno è: che tipo di guardie ci sono in queste prigioni? Qual è la loro religione e qual è il loro credo? Che tipo di sangue scorre nelle loro vene? Appartengono davvero a questo pianeta? Quali creature criminali non sanno altro che vedere il sangue e la padronanza della tortura, dell’abuso, dello scavare gli occhi, bruciare e uccidere? Come possono questi criminali conformarsi alle persone nella loro vita normale? Come entrano nelle loro case e incontrano le loro famiglie e figli? Questi criminali saranno davvero ritenuti responsabili e quando?

di Khaled Abo Ahmad Shallah

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N° 213 GENNAIO 2021

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