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Smartworking: lavorare meglio, lavorare meno

Nicola Dario
Nicola DarioRedazione Informare
2 dicembre 20195 min di lettura

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Smartworking: lavorare meglio, lavorare meno
Per chi lavora in ufficio, le giornate si svolgono tutte nello stesso modo: sveglia spesso all’alba, tanto tempo perso nel traffico per raggiungere il posto di lavoro, otto ore in ufficio davanti a un computer e poi di nuovo in qualche ingorgo per tornare a casa.

Tutto questo per cinque – per alcuni anche sei  –   giorni alla settimana, lasciando davvero poco tempo da dedicare a se stessi, alla famiglia, agli amici e in generale alla propria vita. Per molti c’è una soluzione diversa, che dopo le iniziali perplessità sta prendendo piede anche in Italia, dove è stata regolamentata anche nella legge di bilancio 2019: lo smartworking, un nuovo approccio al lavoro senza vincoli di orario basato sul raggiungimento di obiettivi prefissati dall’azienda che non prevede la presenza costante del dipendente in ufficio. Secondo i dati dell’Osservatorio Smartworking del Politecnico di Milano, nel 2019 in Italia il numero di “lavoratori agili” ha toccato quota 570mila.

La cifra interessa soprattutto le grandi imprese, mentre in quelle piccole e medie ci sono ancora delle resistenze culturali, dovute, alla disinformazione in materia ed a un retaggio culturale che lega le ore lavorative a un luogo ben preciso. Anche nel settore pubblico, per esempio in alcuni uffici regionali, comuni e ministeri, è stata avviata negli ultimi mesi una sperimentazione che permette agli impiegati di lavorare da casa un paio di giorni alla settimana. Si può stimare un incremento di produttività del 15% per lavoratore, una riduzione del tasso di assenteismo pari al 20%, risparmi del 30% sui costi di gestione degli spazi fisici per quelle iniziative che portano a un ripensamento degli spazi di lavoro e un miglioramento dell’equilibrio tra lavoro e vita privata per circa l’80% dei lavoratori.

Fine moduloI vantaggi non riguardano soltanto il benessere dei lavoratori e la produttività dell’azienda: uno studio del 2018 ha messo in evidenza anche come lavorare dalla propria abitazione – o da qualsiasi altra postazione, purché si abbiano a disposizione un computer e una linea internet – oltre a migliorare la salute degli impiegati faccia bene anche all’ambiente.  Nei risultati si legge che una diffusione su vasta scala del lavoro flessibile ridurrebbe i livelli di diossido di carbonio di 214 milioni di tonnellate l’anno entro il 2030, più o meno la stessa quantità che verrebbe sottratta dall’atmosfera dall’opera di 5 miliardi e mezzo di alberi.

Stando ai dati  del nostro Istat del censimento 2014, sono circa 29 milioni – quasi il 49% della popolazione residente – le persone che ogni giorno effettuano spostamenti per recarsi sul posto di lavoro o di studio e la maggior parte utilizza l’automobile. Se ogni lavoratore percorresse pochi chilometri – magari anche a piedi, o in bicicletta – per raggiungere spazi di lavoro condiviso nel proprio quartiere o lavorasse direttamente dalla propria abitazione, la riduzione del traffico e del numero di automobili porterebbe, oltre alla diminuzione delle emissioni, anche a quella di sostanze inquinanti come il particolato. L’opportunità di adottare lo smart working per ridurre le emissioni è ancora più grande nei Paesi in cui, a causa del malfunzionamento o della carenza dei trasporti, per gli spostamenti da e per il luogo di lavoro si utilizza di più l’auto privata. Gli Stati Uniti, per esempio, sono la nazione con il più alto potenziale di miglioramento: nel 2017, dati dell’US Census Bureau alla mano, solo il 5,7% degli impiegati lavorava da casa.

Attualmente il Paese in cui si sta facendo sempre più spesso ricorso al lavoro flessibile è la Svezia, dove è già una possibilità per il 51% dei lavoratori. Seguono la Repubblica Ceca, la Slovacchia e la Norvegia, la Germania, l’Austria, l’Inghilterra e l’Italia.

Lo sviluppo di questa pratica è ancora lontana dal suo potenziale reale, se si pensa che solo entro il 2030 nella maggior parte delle economie sviluppate una percentuale di impieghi compresa tra l’8% e il 13% potrà beneficiare di pratiche di lavoro flessibile. A Göteborg, Svezia, si sta anche sperimentando la giornata lavorativa di sei ore e il risultato, in termini di benessere del personale, è molto positivo. Molte altre nazioni, tra cui Francia e Nuova Zelanda, stanno pensando di fare lo stesso, con lo scopo di arrivare a una settimana lavorativa di appena quattro giorni. La domanda è quanto dovrà aspettare l’Italia per adeguarsi a una pratica così vantaggiosa per l’economia e per i cittadini. Secondo un sondaggio svolto da Citrix, piattaforma di workspace digitale, su un campione di cinquecento lavoratori italiani, siamo ancora molto lontani da questa realtà. Tra i Paesi europei interessati dalla survey, l’Italia è quello con la maggior percentuale di lavoratori – il 73% – legata a un contratto che stabilisce un numero preciso di ore a discapito della flessibilità. Pensare a una settimana lavorativa di quattro giorni è, per il 59% degli intervistati, un’eventualità addirittura impossibile.Quando pensiamo a cosa può fare nel suo piccolo ognuno di noi per limitare i danni dell’emergenza climatica la prima risposta potrebbe essere proprio questa: essere smart, anche sul posto di lavoro.

di Nicola Dario

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