
Shein è un’e-commerce cinese di fast-fashion B2C fortemente specializzata nel prêt-à-porter femminile ma che offre anche abbigliamento, accessori e scarpe maschili e per bambini. Tutto avviene online, si sfoglia il catalogo digitale, si scelgono i prodotti, si studia la guida alle taglie e si fa partire l’ordine. Non sempre le taglie corrispondono ma, grazie ai prezzi bassi e a ulteriori codici sconto, il costo finale risulta troppo economico per un diètro frònt.
Attacco di shopping convulsivo a parte, viene da chiedersi come sia possibile offrire capi a cifre così basse. Nonostante sia una realtà cinese non vende in Cina ma si avvalora di una produzione che richiama la responsabilità sociale. L’e-commerce produce un numero limitato di pezzi per ogni nuovo articolo (50-100) così da poter cambiare subito produzione di capi per passare verso quelli con maggior richiesta.
In meno di una settimana produce intere linee d’abbigliamento arrivando a dimezzare le tempistiche di Zara o H&M. La mole eccessiva di nuovi articoli per i pochi pezzi realizzati comporta ugualmente un quantitativo incredibile di prodotti. Con 200 mila capi e accessori al giorno si urla alla sovrapproduzione e all’indiscussa emergenza che riguarda la sostenibilità.
Shein è accusata di copiare le creazioni di piccoli brand che cercano di emergere. Astutamente Shein risponde con SHEIN X, un progetto che realizza collaborazioni tra la piattaforma e-commerce e marchi emergenti. Alcuni dei quali hanno rifiutato vedendo capi contraffatti delle proprie creazioni in vendita sulla piattaforma cinese. Non potendo permettersi azioni legali i piccoli brand denunciano l’accaduto sui social e segnalano il tutto via e-mail all’e-commerce risolvendo poco o nulla.
Il vantaggio di Shein è il prezzo e i tanti sconti, pecca per creatività poiché attinge a quella altrui senza permesso e per attenzione alla sostenibilità. L’etica del lavoro è un gap assicurato, con tali precedenti non promette bene neppure la condizione lavorativa dei dipendenti.
di Chiara Del Prete
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