
Castel Volturno, più che una città, è negli anni divenuta una parola polisemica. Uno dei tanti significati che questa parola si porta con sé è “immigrati”. Purtroppo gli immigrati, soprattutto davanti agli occhi ciechi, non sempre vengono visti come un tesoro e un’opportunità ma come semplici portatori di problemi e caos. Sono in realtà molto di più: esseri umani. In qualità di appartenenti a questa particolare specie animale, essi cercano in ogni modo di sopravvivere e lo fanno con le difficoltà che hanno tutti più quelle che gli vengono addossate dagli ignoranti. Per fortuna c’è qualcuno che a questi esseri umani più sfortunati degli altri ha sempre dato una mano: il Centro Fernandes, indiscussa Eccellenza di Castel Volturno. A dirigere questa realtà il direttore Antonio Casale.
«Il Centro Fernandes ha mantenuto fede alla sua ispirazione originale, quella dei primi anni ’90. Durante quegli anni, a Castel Volturno, il fenomeno migratorio era già molto forte e quindi si attendeva di dare delle risposte significative, la chiesa e la Caritas di Capua le hanno date. Sono state tra le prime ad interessarsi del fenomeno, innanzitutto con interventi assistenziali a queste persone. Anche nella parrocchia del Villaggio Coppola si dava assistenza sanitaria e ascolto a tutti coloro che ne avevano bisogno, poi il fenomeno è cresciuto e c’era bisogno di una realtà più significativa.
Nasce così il Centro Fernandes, che già in passato aveva fornito assistenza ma in maniera decisamente difformata. Oggi il Centro si occupa di assistenza e servizi, e sottolineo la parola servizi dal momento che questo è un luogo dove innanzitutto gli immigrati (e non solo) ricevono questi ultimi».
«Questa è stata un po’ una nostra profezia, abbiamo sempre detto alle persone -che già all’inizio gridavano all’invasione- che il fenomeno sarebbe stato destinato ad aumentare e soprattutto sarebbe stato portatore di molti tesori e cose positive, tra le quali le seconde generazioni che con esse portano nuova linfa vitale al territorio. Le strade erano due: o continuare a tenere queste persone isolate e rifiutate o inglobarle a noi e farle diventare una ricchezza per Castel Volturno.
Se così non fosse stato, prima o poi, una delle due parti sarebbe scoppiata. All’inizio tutto si poneva sotto un punto di vista conflittuale, noi stessi siamo stati oggetto di tante contrarietà, dal momento che noi eravamo il simbolo dell’immigrazione, ovvero il male assoluto causa di tutti i mali di questo paese agli occhi dei nostri detrattori, abbiamo sofferto tanto. Oggi possiamo dire che nel territorio il tasso di consapevolezza è sicuramente aumentato e ha fatto comprendere a più persone che forse i migranti non sono i carnefici ma le vittime di tanti mali. C’è ancora tanto da fare, basti pensare che quelli che sono ragazzi italiani al 100%, purtroppo, non lo sono agli occhi dello stato italiano».
«Ce ne sono veramente tante. Noi siamo qui a 360° e non abbiamo un target specifico. A partire dai ragazzi che da una situazione di sfruttamento o di oppressione psicologica sono riusciti a rifiorire, conseguendo anche importanti risultati nello studio. Abbiamo accolto qui dei giovani che erano stati letteralmente pescati nel Mediterraneo dopo tre giorni che avevano passato appesi alle reti da pesca per i tonni, o addirittura un ragazzo chiuso per due giorni nello scantinato di un ristorante perché si era ustionato con l’olio bollente e il datore di lavoro, per paura di essere denunciato, lo aveva rinchiuso».
«Mi ha molto sorpreso ed emozionato. Siamo stati a lungo oggetto di fraintendimenti, e abbiamo spesso subito la stessa sorte dell’immigrato: il capro espiatorio che si addossa le colpe degli altri. Quello che facciamo lo facciamo senza mai aspettarci nulla in cambio e visto che questo è un territorio spesso avaro sotto questo punto di vista non posso che gioire di questo riconoscimento».
«Io consiglierei di non avere paura, perché la paura è sempre una cattiva consigliera. Ci troviamo in un’epoca in cui tutti siamo condizionati dalla paura. È certamente un sentimento che serve a rimanere prudenti ma non dobbiamo lasciare che diventi un ostacolo alla crescita. Bisogna andare incontro al fenomeno dell’immigrazione col cuore aperto, perché se noi apriamo il nostro l’altro aprirà il suo. Dall’ostilità nascono i mostri, dall’unione frutti meravigliosi».
di Giuseppe Spada
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