
In effetti, Liternum era un luogo magico dove si respiravano storia e mistero. Alla foce del fiume Literno Roma aveva, infatti, dislocato una colonia di 300 cittadini romani. E fu proprio qui che il grande capitano, Scipione l’Africano, morì dopo aver trascorso in una villa il doloroso esilio dopo aver sconfitto i Cartaginesi. Da tempo storici e archeologi cercano la villa e la tomba di Scipione. La villa era ancora abitabile agli inizi del I secolo. Così la descrive Lucio Anneo Seneca: “modestissima dimora, arredi rustici, semplici ornamenti”. Livio e Strabone videro e raccontarono, invece, la tomba ornata da una statua, che fu buttata giù da una tempesta. “Ingrata Patria ne ossa quidem mea habes”, questa l’ultima rampogna che il vincitore di Annibale volle incisa sulla sua tomba.
Francesco Petrarca amò come nessun altro il trionfatore della battaglia di Zama e per questo gli dedicò il suo capolavoro in latino, l’Africa. Purtroppo non riuscì a visitare la tomba del suo eroe, perché era stata inghiottita dalla selva. Oggi quella stessa zona è invasa da colate di cemento in disprezzo della nobiltà del luogo. Tra cemento, rifiuti e erbacce resta un’ara commemorativa, posta nel 1935, in occasione della conclusione degli scavi archeologici.
Liternum fu distrutta nel 455 d.C. dai vandali guidati da Genserico. Eppure a guardare oggi lo stato dei luoghi, viene da pensare che i veri vandali siamo noi, che abbiamo ridotto al degrado le testimonianze del nostro glorioso passato. La patria continua ad essere ingrata al grande Scipione l’Africano.
di Domenico Cacciapuoti
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