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Storie di confine: “Frontiere, le vie per l’Europa” di Valerio Nicolosi 

Redazione Informare
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10 novembre 20205 min di lettura

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Storie di confine: “Frontiere, le vie per l’Europa” di Valerio Nicolosi 

Lungo i confini europei il desiderio di vita si intreccia quotidianamente con la povertà, con la politica. Valerio Nicolosi è un filmmaker e fotoreporter romano che da anni su quei confini porta la sua fotocamera per raccontare le storie di chi migra e per mostrare le crude verità che abitano i campi profughi e le navi da soccorso. Collezionando preziose collaborazioni con Associated Press, Sky, Rai e Reuters, Valerio ha sempre creduto che i reportage veri non siano quelli scritti dietro un computer e non ha mai esitato a viaggiare nei luoghi più a rischio per dimostrarlo.

Immagine articolo

Cosa vuol dire essere reporter lungo le rotte dei migranti?

«Vuol dire fare una scelta, non solo professionale ma anche di vita, vivere esperienze difficili emotivamente. Fare reportage non è come svolgere un qualsiasi altro servizio giornalistico, perché ti porta a stare in posti freddi, posti caldi, anche se da privilegiato rispetto a chi migra, sebbene si condivida tanto lì con le persone. Essere reporter vuol dire scegliere un lavoro totalizzante, che sottrae tempo alla vita privata, ma che al tempo stesso ti regala emozioni, ti offre uno scambio con quelle persone; che poi più le conosci, più cerchi di decostruire il racconto che si fa di loro perché sai che gran parte di ciò che si dice sui migranti, non è vera».

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Di recente sei stato a Lesbo per raccontare l’incendio del campo di Moria: che scenario hai trovato?

«Conoscevo già Lesbo, sapevo cosa c’era prima ed è stato fondamentale per raccontare il dopo. Sembrava impossibile, ma ho trovato qualcosa di addirittura peggiore di Moria, che era già un inferno. Il campo profughi di Moria è stato il più brutale in Europa, in cui anche diversi bambini, dico tra i 9 e 12 anni, hanno tentato il suicidio. Ecco perché è stato difficile raccontare: avevo rappresentata davanti tutta la miseria umana. E non per le persone, ma per quello che stavano vivendo e, di conseguenza, per tutto quello a cui erano ridotti, come bere acqua destinata ai campi o rovistare e cucinare tra la spazzatura. È stato desolante dal punto di vista emotivo, ma anche complesso professionalmente. Pensavo che Moria avesse abbassato così tanto l’asticella dell’umanità che fosse impossibile spingerla ancora più giù: invece ci sono riusciti».

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Con la pandemia è cambiato qualcosa lungo i confini europei?

«Sicuramente il covid è stato un pretesto per chiudere subito le frontiere, nonostante i dati mostrino un’incidenza di contagio quasi nulla tra i migranti. Il virus si è spostato in aereo, spesso in prima classe, tanto che i primi casi erano imprenditori, gente che viaggiava. Nonostante le evidenze si è preferito chiudere e, per esempio, dichiarare i porti italiani non sicuri per il covid, mentre dicevano che Tripoli era un porto sicuro rispetto ai diritti umani, una contraddizione non da poco. Stessa storia sulla rotta balcanica: durante il lockdown al confine tra Slovenia e Croazia è stato eretto un muro di 49 km con del filo spinato, che io ho scoperto perché mi ci hanno portato i residenti mentre giravo il mio documentario. Il governo sloveno di destra appena insediatosi lo ha costruito usufruendo dei poteri speciali che il Parlamento gli aveva concesso per la pandemia. Ecco cosa è cambiato».

 

Hai citato il documentario: il titolo è “Frontiere, le vie per l’Europa”. Ce ne parli?

«Frontiere è un progetto che mi è venuto in mente due anni fa. Dal 2014 racconto cosa accade sui confini europei, ho seguito i corridoi umanitari in Libano, sono stato a bordo delle navi della Marina Militare e della Guardia Costiera. Nel 2018 ho ripreso a fare soccorso in mare e ho deciso di mettere insieme tutto il materiale. Volevo fare un documentario che raccontasse le rotte migratorie verso l’Europa, ecco il perché del titolo. Le rotte principali sono quella del Mediterraneo centrale, di cui più si parla in Italia, la rotta balcanica, dove ci sono più arrivi e poi quella spagnola, che ogni anno porta circa 23.000 persone in Spagna. Una volta finita la parte sul Mediterraneo centrale avevo tantissimo materiale e ho capito che un unico documentario non bastava. Allora ho deciso di fare più capitoli, con il primo di 65 minuti solo sul Mediterraneo centrale, che ho iniziato a presentare da poco. Quello sulla rotta balcanica è girato, andrebbe montato ma in questo momento le risorse sono esaurite e mentalmente ho voglia di fermarmi un po’ prima di ricominciare».

di Lucrezia Varrella

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  • #valerio nicolosi
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