
I cinque ettari della tenuta Selvalunga, un tempo destinata al pascolo e alla coltivazione di foraggio a pochi metri dall’aeroporto militare di Grazzanise, furono strappati allo strapotere criminale del clan dei Casalesi, al boss Schiavone, ‘Sandokan’.
Ora sono una discarica a cielo aperto. Nel 2009 al Comune di Grazzanise fu chiesto di partecipare al progetto per la nascita della cooperativa sociale Le terre di don Peppe Diana – Libera Terra, facendo utilizzare il fondo agricolo. Non se ne fece nulla. E nulla più è stato fatto.
Un piccolo gioiello zootecnico nel cuore dei Mazzoni, a due passi dall’aeroporto militare – il “Selvalunga Romagnoli” – di Grazzanise da cui l’azienda prende il nome. Apparteneva alla famiglia del capo del cartello casalese, Francesco Schiavone-Sandokan, ed era il suo fiore all’occhiello, il luogo dove il boss ritrovava le sue origini contadine e i tempi e gli interessi che tanti anni fa aveva abbandonato per seguire le vie della camorra.
Schiavone aveva scelto la vita dannata del mafioso e dell’assassino ma Selvalunga, il buen retiro di una immaginifica età della pensione, non gli era mai uscita dal cuore. Diventato ricco e potente l’aveva acquistata e ne aveva fatto il suo regno.
Con tanto di nascondiglio ricavato in una intercapedine del garage, ora occupato dalla carcassa di una 500 nuovo tipo completamente bruciata. È stata definitivamente confiscata quattro anni dopo il suo arresto in un bunker scavato nel sottosuolo di Casal di Principe: a maggio del 2002 l’azienda era passata allo Stato.
Ma, quando fu presa in consegna, erano rimasti solo due asini e le carcasse delle bufale morte di fame e di una misteriosa malattia durante l’interregno tra la sentenza di confisca (febbraio) e la presa di possesso da pare del Demanio. Tre mesi appena ma sufficienti a deprezzare l’intera proprietà, gestita fino alla fine dalle donne di casa che si erano improvvisate imprenditrici della distribuzione (controllata in regime di violento monopolio) del prezioso latte per la mozzarella. Confiscata quasi per intero, perché alcune particelle di terreno sono rimaste al fratello, che ancora le coltiva e non vuole saperne di andare via.
Affidata al Comune di Grazzanise, è in stato di abbandono ed è diventata una discarica a cielo aperto. Di più. Una discarica, il regno di ricettatori e una centrale di smistamento della droga.

Per arrivare alla chiesetta, bisogna scavalcare rovi, lastre di eternit sbriciolate dalla pioggia e dal vento: amianto allo stato puro che contamina l’aria a ogni, sia pur piccola, folata. E camminare su i tubi blu e grigi che un tempo avevano contenuto i cavi di rame, quelli usati (e sistematicamente rubati) dalle Ferrovie.
E calpestare la cenere di piccoli roghi. In uno dei capannoni c’è la carcassa di un divano, usato molto di recente. A terra migliaia di cilindretti gialli, grigi, verdi. Sono quelli che contengono la droga trasportata dai trafficanti di eroina e cocaina che arrivano dalla Nigeria.
In un angolo, una catasta di pneumatici. In un altro, un’auto smembrata: dalle condizioni della tappezzeria, ancora nuova, sta là da pochi giorni. Tutto intorno, ancora amianto. Sui muri, qualche scritta che inneggia alla camorra.
Tanta desolazione stride con i campi ben tenuti che separano l’azienda dall’area di servizio dell’aeroporto, quello da dove partono i caccia dell’aeronautica militare. Alcuni pezzi di quei campi sono confiscati, altri sono nella disponibilità di Antonio Schiavone.
Ma quali? Mai nessuno ha pensato di recintare la parte confiscata, di delimitare i confini. E di prendersi cura di un bene il cui valore era stato stimato in dieci miliardi di lire e che oggi costerebbe ancora meno del semplice valore dominicale del terreno.
Nel 2009 al Comune di Grazzanise fu chiesto di partecipare al progetto per la nascita della cooperativa sociale Le terre di don Peppe Diana – Libera Terra, facendo utilizzare il fondo agricolo. Non se ne fece nulla. E nulla più è stato fatto.
di Rosaria Capacchione
Foto di Peppe Florio
Tratto da Fanpage
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